Secondo la definizione formale il progetto Erasmus è un periodo di studio universitario all'estero. Le motivazioni ufficiali, più o meno approvate da ogni studente europeo, sono perfettamente comprensibili e condivisibili: imparare una nuova lingua, conoscere culture diverse, mettersi alla prova. Il problema è che le Istituzioni (UE, ministeri, uffici per il diritto allo studio, università, tutor, professori, genitori, mondo "adulto" in generale) non sanno che cosa sia *in realtà* il progetto Erasmus. E neanche lo possono lontanamente immaginare. Scopo "accademico" della tesi è colmare questa lacuna (anche perché si è abbondantemente sfondato il muro del milione di studenti Erasmus: possiamo fondare un partito), presentare il variegato e pazzo mondo degli Erasmus per renderlo un po' più comprensibile agli altri (ai non-Erasmus). Che io sappia non esistono studi sociologici, e tanto meno antropologici, sull'argomento. L'UE commissiona ricerche e monitoraggi ma si tratta di statistiche, raccolte di dati di carattere socio-economico, di sterili variabili mono e bivariate, niente che vi faccia saltare sulla sedia, insomma. Qualsiasi genitore invoglierebbe suo figlio ad andare a studiare per un po' all'estero. Dalle statistiche si capisce che è una gran bella esperienza. Beata ingenuità.
Certo qualcuno ha iniziato ad avere dei sospetti quando ha visto un filmetto che in italiano si chiama L'appartamento spagnolo, che descrive un anno di vita di studenti Erasmus a Barcellona. Però il film, oltre a non essere un capolavoro della cinematografia mondiale, è palesemente un'esagerazione, un'esasperazione della realtà fattuale. Aver visto il film almeno una volta è il must di ogni Erasmus, e averlo visto una quantità innumerabile di volte, in lingue improbabili, con sottotitoli incomprensibili, in sale cinematografiche di lusso, o in aule minuscole è il vanto dell'Erasmus con la E, la R, la A, la S, la M, la U, la S maiuscole. Inutile dire che per loro (gli *ERASMUS*) il film è un capolavoro e se non ha ricevuto dieci Oscar è solo perché coloro che assegnano le statuine hanno dagli ottant'anni in su (e quindi, per motivi anagrafici, non hanno potuto fare l'ERASMUS). Merito indiscutibile del film è, però, aver reso popolare e conosciuto un programma che fino ad un paio di anni prima aveva lo stesso grado di notorietà delle olimpiadi di tiro con l'arco (verificare l'esistenza, almeno surrettizia, di dette olimpiadi). Fino ad allora, gli ALTRI (i poveri sventurati che non hanno fatto l’Erasmus), conoscevano l'Erasmus per via indiretta: i più fortunati grazie ai racconti degli amici che l'avevano fatto – beati loro – quelli più sfigati perché avevano visto di sfuggita il bando nelle bacheche della loro università, o perché ogni tanto vedevano degli svedesi alla lezione di Storia della matematica applicata (verificare l'esistenza di suddetto corso). Ma come ben sa il perfetto ERASMUS, la cosa più difficile del mondo non è eliminare le guerre, la povertà, le carestie, Bin Laden e George Bush, ma far capire la vera, indiscutibile, dogmatica essenza dell’Erasmus, anzi ERASMUS!
Diciamo subito che non è questo il mio intento. Forse non sarò una perfetta ERASMUS ma ho sempre diffidato delle maiuscole e il mio proposito è innanzitutto provare a raccontare esperienze, storie, fatti, variabili ricorrenti, dubbi, certezze e perplessità, modi di pensare e comportamenti, difficoltà, problemi, momenti di felicità e sprazzi di tristezza, insomma tutto quello che c'è in un Erasmus (inteso come esperienza di vita e come persona che sta vivendo questa esperienza), per riuscire a capire, e questa è una necessità e una finalità spudoratamente personale, per quale cavolo di motivo io, e con me più di un milione di esseri umani, un bel giorno hanno deciso di "fare l'Erasmus". Spero di riuscire nell'impresa, cercando, per quanto è possibile, di tener separate ideologia e scienza, ricordando sempre la differenza tra le due: la scienza riconosce i limiti della conoscenza (e l'ideologia no) e che l'unica certezza che so di avere è che siempre hay incertitumbre ("c'è sempre incertezza", ogni tanto farò finta di sapere un po' di castigliano, come tutti gli Erasmus in terra spagnola).
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