Comunicabilità. Il termine "sbagliato" in questo caso è famiglia. Non basta metterci un aggettivo per qualificarla in modo nuovo, nella locuzione "famiglia-diversa" è famiglia che è fuorviante. Ed è una definizione che non gira fra gli Erasmus mentre sono in Erasmus. La famiglia ha un presupposto di naturalità, di continuità temporale, richiama avi fondatori e presuppone eredità future. Niente di tutto ciò giustifica l'impiego del termine e il fatto che lo usino gli Erasmus sulla via del ritorno, o chi è di nuovo in patria, conferma che si tratta di un artificio retorico: sono le parole vecchie, del linguaggio normale e corrente, usate per cercare di comunicare uno "spirito", un comune sentire, ai non Erasmus.
Gli Erasmus si riferiscono al primo girone come al piso (la casa/appartamento), di solito "intestando" suddetto appartamento ad uno dei suoi abitanti ("Alla festa di Caio c'era il piso di Tizia, poi è arrivato il piso francese, il piso di Sempronio non ne sapeva niente"). Ora gli Erasmus non sono soliti andare in giro smontando i propri appartamenti e portarseli sulle spalle (questo spiegherebbe l'altezza spropositata dei palazzi di Alicante ma la spiegazione violerebbe i principi base dell'architettura almeno quanto i suddetti palazzi violano le regole base dell'estetica). Questo stratagemma linguistico, di usare il contenitore per intendere il contenuto – metonimia –, e la consuetudine di usare lo spagnolo anziché "casa" deriva da un cortocircuito linguistico-gnoseologico.
È il piso, e non un'inusabile e inesistente famiglia, ad essere l'unità base della comunità Erasmus. Casa, che è spagnolo ma ancora italiano, richiama il nucleo familiare d'origine, non va bene. Ci vuole un termine che non sia di lingua madre per nessuno, ci vuole la lingua del posto. Il nucleo che conta in Erasmus, il guscio di tartaruga che ti porti dietro ovunque tu vada, è il piso. Le persone si uniscono in gruppi mediante aggregazione di pisi. Il piso cannibalizza i suoi abitanti. E non corrisponde mai, pienamente e solamente, ai 4-5 che effettivamente condividono lo stesso tetto. Avrete ormai capito che il piso è il girone number-one, sono i numeri di cellulare con la chiamata rapida da tastiera, i passeggeri della vostra auto-a-noleggio-per-un-viaggio, la banca dei prestiti a tasso zero, quelli che cenano da voi senza invito. In casi limite due pisi vanno in giro come se fossero un sol piso, diciamo una villetta a due piani.
Il piso, quindi, è lo spazio dell'incontro cristallizzato. È la casualità trasformata in volontà, la potenza in atto, l'ipotetica simpatia in vera affinità. È la zattera, il pedalò, la gondola che vi traghetta per torrenti in piena e superfici piane. Le acque si possono ingarbugliare e imbestialire, gli altri pattini possono tentare di arpionarvi o disarcionarvi, ma la barchetta vi terrà sempre su, anche se qualcuno all'interno rema contro, e la scialuppa attraccherà, sana e salva, in porto. Dunque mediante aggregazione, sovrapposizione, fusione di 2-3 pisi si costituiscono i gruppi: il girone 2. Le interazioni fra gruppi, quelle interne e quelle nei confronti degli esterni cominciano a complicarsi anche dal punto di vista puramente sociologico.
Esaminiamo due caratteristiche fondamentali. La prima, la coesione interna, è la colla che tiene insieme materiale umano tanto eterogeneo. "Colla" sono i tormentoni, i modi di dire e i modi di fare che sembrano tanto naturali da apparire sospetti. Il numero, varietà, quantità di modi di dire, frasi fatte riadattate, insulti presi a prestito da dialetti strani, nomignoli, soprannomi e quantità di locuzioni e proposizioni che girano fra gli Erasmus è veramente sconvolgente. Oltre che incomprensibile ai più. Non solo ogni gruppo ha i suoi modi di dire leggendari ma se ti distrai per 10 minuti e ti perdi qualche nuova aggiunta, tu stesso, che fai parte del gruppo, dovrai far fatica per recuperare i pezzi perduti. Sembra che le parole ripetute servano a dare un alone di familiarità a tutte le cose; a inserire quello che succede in una cornice conosciuta, che ingloba tutto, lo piega ai suoi schemi e lo rende personale.
Stessa funzione delle parole ha la musica. O meglio le canzoni. Il giovane Erasmus si trova, almeno in Spagna e soprattutto all'inizio, obbligato ad ascoltare musica che nel suo paese neanche avrebbe definito musica. La reazione di tutti, abituati al bumbum discotecaro che spazia dalla dance all'house ad altri generi martellanti, è un misto di schifo e sconforto. Proprio non si riesce a capire come in un paio di mesi si troverà follemente innamorato delle musichette spagnole, delle canzoni semplici semplici, di gruppi hiphoppettari andalusi. E ci sono un paio di canzoni, almeno una decina, che lo accompagneranno per tutto l'Erasmus, che sono la colonna sonora e il sottofondo di mille avventure. Ci sono naturalmente i tormentoni: canzoni spagnole, canzoni italiane strane, coretti inventati, inni d'Italia cantati a squarciagola da persona che mai avrebbero pensato di farlo. Bella ciao intonato da persone non esattamente di sinistra.
Nessun membro del gruppo è attaccabile e attaccato in sua presenza. Ci mancherebbe. L'astio si manifesta nei confronti dei "fuoriusciti". Avviene un fenomeno strano al giro di boa del primo semestre: uno o più componenti del gruppo ormai rientrati nelle rispettive patrie vengono letteralmente demoliti da chi rimane. Il gruppo, per sopravvivere a sé stesso (si era infatti creduto immortale) deve distruggere chi, andandosene, rende evidente la sua natura provvisoria (ahimé: la caducità imperversa). Per compensazione alcuni degli ex componenti del gruppo vengono mitizzati ed entrano a far parte di un meraviglioso mondo "perduto" mentre quelli che sono rimasti ad Alicante non fanno sforzo alcuno (rimossi con gli onori o le ceneri i fuoriusciti) a mantenere salda la coesione interna.
Caratteristica seconda: il muro contro l'esterno. Meglio nota come la necessità di individuare un nemico "fuori" per rendere stabile il legame "dentro". Detto altrimenti: le tifoserie sono unite più dall'odio nei confronti della Juventus che dall'amore per la propria squadra. Ma chi sono questi fantomatici "altri" quando l’Erasmus si porta addosso la condizione di straniero? Non gli Erasmus, per loro vale se non il principio di inclusione almeno un nobile sentimento di non esclusione. Filippo è sempre disposto ad aiutare uno studente bohémienne come lui. (Quasi) mai lo considererebbe un nemico. I nemici sono gli adulti. Questa gente fornita di rughe e provvista di lavori normali che il nostro Filippo incontra solo quando ha fatto il "cattivo". Dai vicini che vogliono sfrattarlo perché fa casino, ai prof. che inutilmente lo bocciano per ricordargli che ogni tanto dovrebbe studiare, al poliziotto che lo guarda male mentre fuma e beve illegalmente, agli spazzini che godono a inondarlo d'acqua mentre rientra a casa all'alba vomitando. Ma il mondo adulto è nemico generico dei giovani, e in realtà non è mai troppo severo con gli Erasmus. I veri "altri" sono gli autoctoni: gli spagnoli di età compatibile. Abbiamo detto che la gente del posto non si fa risucchiare nel vorticoso pianeta Erasmus, quei pochi che li frequentano sono già "erasmizzati" in partenza. Sono ex o futuri Erasmus o figli di genitori con passaporti diversi, fidanzati d’Erasmus (ahi ahi, poveri loro), globe-trotter e gente già squinternata di suo. Gli altri rimango fuori. Anche lo spagnolo, intesa come lingua, non si sa bene tramite quali meccanismi osmotici riesca ad entrare nella mente di Filippo.
Capita, però, che ci siano strani episodi di "daltonismo". Che in assenza di spagnoli da qualificare come altri, la nomea di alterità se la conquistino gruppi di Erasmus nuovi: quelli del secondo semestre. Si crea un doppio binario, o meglio si scinde il gruppone che aveva sempre accolto tutti, almeno in superficie, in due parti: da un lato i vecchi Erasmus, quelli che c'erano dai primordi cominciano a fare cricca, a stringere di più le maglie interne e a respingere i nuovi che cercano di entrare nel gruppo; dall'altro i nuovi che dopo un paio di tentativi andati a vuoto si scocciano e fanno cricca tra di loro. Perciò la permeabilità che c'era agli inizi, con tutti che conoscevano tutti e si spostavano da un gruppo all'altro senza problemi, nel secondo semestre non c'è. Anzi i "nuovi", a detta dei vecchi, praticamente non esistono. Mai li hanno visti in giro, frequentati, conosciuti al di là degli incontri fortuiti che sempre si fanno in una città grande come il donut del McDonald's. E l'opinione dei "vecchi" sui "nuovi" generalmente non è lusinghiera. Cito a memoria e da diverse fonti: "Sono una palla. Non escono mai. Non si divertono. Noi all'inizio ci devastavamo tutte le sere. Questi qua il martedì vanno al bar, si siedono, si bevono una birra, cantano… ma che è? Sono morti. Sono nati stanchi. Se non fumano non si divertono. Si ammazzano di canne e non ce la fanno a uscire". Ci vanno giù leggeri. Adesso ci vorrebbe l'opinione dei nuovi sui vecchi. Ma essendo io una "vecchia" e avendo sempre seguito la corrente, di nuovi ne conosco pochi, in maggioranza sono stranieri e il "cicaleccio" lo fanno gli italiani. Gli italiani nuovi, inoltre, hanno il buon senso di non sputtanare i vecchi davanti a me che sono una vecchia. Ma immagino che non abbiano lo stesso giudizio riportato su, a meno che non soffrano dello stesso disturbo daltonico.
Provo a dare una spiegazione di quello che nel migliore dei casi è disinteresse e nel peggiore odio immotivato. I nuovi sono arrivati tutti contenti a febbraio, esaltati come i vecchi all'inizio; me li ricordo a febbraio, marzo: tutte le volte che uscivo erano in giro anche loro, se andavo in spiaggia li beccavo lì, bevevano e fumavano. Avevano le migliori intenzioni, facevano festa e casino. Perché c'era contatto ma non fusione? Da dove veniva 'sta bolla d'impermeabilità? Versante vecchi: a febbraio c'erano esami e dopo aver cazzeggiato 5 mesi non è che uscivano tutte le sere. Metti che i nuovi erano in giro, i vecchi erano a casa, che ne potevano sapere? Poi c'erano i tuoi amici del primo e secondo girone che partivano (e 'sto strazio è continuato fino a inizio aprile) e naturalmente passavi con loro tutto il tempo libero che avevi, di voglia di conoscere gente nuova zero, aggiungiamo un po' di depressione, ma aggiungiamone pure molta di depressione, si regalava la depressione ad Alicante, molti si vedevano la casa invasa dai nuovi arrivi che avevano la pretesa di prendere il posto degli amici andati via: direi che per i vecchi la situazione fosse questa. Comprensibile, non molto condivisibile e basata su una conoscenza superficiale. Inoltre i nuovi si potevano identificare subito come "diversi", chiaramente erano estranei a un gruppo formatosi mesi prima. Perciò i due schieramenti non si sono mai calcolati più di tanto. Fino alla fine. Al momento di far le valige e tornare a casa vecchi e nuovi si sono trasformati semplicemente in "ultimi". Non servivano più nemici esterni per tenere unito il gruppo. Il gruppo si scomponeva in tanti singoli pronti a tornare a casa. Sulla via del ritorno non si distinguevano più vecchi e nuovi arrivi. Tutti lasciavano Alicante da ultimi.
<< | ............................................................................................................................................................ | >>

