L'inizio, non per tutti ma per molti, è duro. Conosci poche persone e ti mancano le occasioni e la possibilità di veder gente. Non sai quali sono i luoghi di ritrovo, gli orari delle uscite, il tipo di divertimenti e giri senza bussola in una città che ti sembra ancora straniera. Passano un paio di settimane e le cose cominciano a ingranare. Una settimana prima dell'inizio regolare dei corsi c'è "la settimana di accoglienza" per gli Erasmus. Arrivano tutti e la città si svuota lentamente di turisti (quasi tutti "anzianotti" nordeuropei, in larga parte inglesi e tedeschi) e si riempiono di macchie di ragazzi, che in ciabatte e asciugamani passeranno quasi un mese in spiaggia aspettando che cominci l'università.
Vanno in giro per nazionalità, li riconosci dall'abbigliamento e dal tipo di eritema solare. Gli americani si ostinano a mangiare al McDonald's, i tedeschi sono gli unici che bevono birra in spiaggia alle 11 di mattina, gli italiani, quelli più numerosi e rumorosi, li vedi da lontano. Poi a un certo punto i gruppi si mischiano, ma non moltissimo: rimane sempre una nazionalità che ha la maggioranza relativa di partecipanti. Molti dividono casa con gli stranieri, praticamente tutti frequentano il corso di spagnolo all'università. In una classe di 20 persone hai buone probabilità che dieci siano italiani e gli altri dieci del resto del mondo. Il numero di persone che riesci a conoscere in veramente poco tempo è esagerato. Dopo due mesi conosci praticamente tutti gli Erasmus del tuo paese e molti stranieri. Non puoi uscire di casa senza vederne qualcuno: in autobus, al supermercato, per strada, alle poste, nei negozi, all'università (in aula, in biblioteca, a mensa, in palestra, in caffetteria, sui prati, alla fermata dell'autobus). Per non parlare dei locali. Per vedersi di sera non c'è bisogno di darsi appuntamento. E se organizzi una festa in appartamento al 50% delle persone che verrà a bussare alla tua porta dovrai chiedere il nome.
Perciò all'inizio c'è un clima molto allegro, molta disponibilità a conoscere gli altri, si prova a comunicare anche in uno stentato inglese. Si fanno notevoli sforzi per cogliere affinità e differenze nelle solite domande ("Da dove vieni? Che studi? Che tempo fa nel tuo paese? Dove vivi e con chi? Che mangi di solito?" e ovvietà del genere), e dopo un po' fai fatica a sorridere alla seguente affermazione: "Ah! Italia? Mafia, spaghetti e pizza". Con grande gioia della gente del nord. Ma gli stessi luoghi comuni li hai tu sugli altri paesi e ti ci vorrà un po' a buttarli giù. Un po' di tempo. O un po' d'alcol. Dipende dai gusti. Quello che è condiviso da tutti è il desiderio di divertirsi, di stare bene insieme senza preoccupazioni. Si respira un clima molto vacanziero e c'è un gran bisogno di leggerezza. "Leggerezza per me è sinonimo della parola Erasmus: nelle cose e nei rapporti con le persone". Ed è uno stato d'animo che ti serve a dimenticare e a riempire la solitudine degli inizi, e l'ampio numero di conoscenze che ormai hai acquisito ha la stessa funzione. Però dopo un paio di mesi si comincia a sentire il bisogno di andare al di là.
È che i rapporti, inevitabilmente superficiali, degli inizi non bastano più. Non è sentire una mancanza. Non è negatività, ma esattamente il contrario: è necessità, bisogno di condividere e di condividere tutto. E il discorso vale per tutto quello che succede. Sarà per la vita frenetica che tutti fanno, per la quantità di cose che si vedono, capiscono e non capiscono che un punto di riferimento forte diventa, dopo un po', necessario, vitale, indispensabile. E addio leggerezza. Con alcuni, se ti va bene e se sei fortunato, si crea subito un rapporto più stretto, privilegiato. Hai un ristretto numero di amici fidati, coi quali passi la maggior parte del tempo libero, organizzi viaggi e festini, pranzi a mensa e ceni a casa, e un gran numero di conoscenti (cosiddette "conoscenze Erasmus"), che vedi più o meno spesso, ma non sai che fine faranno dopo, a Erasmus concluso.
Altra cosa che fanno tutti: uscire. Sei sempre fuori, tutto il giorno all'università (o al mare finché il tempo è clemente), tutte le sere in giro. È come se avessi paura di perderti qualcosa: un altro incontro, un invito a cena, il compleanno di qualcuno di cui appena sai il nome. Anche se non ti va esci, vai e ci sei. Sembri Moretti che dice: "mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?". Sarà un riflesso del primo periodo, quando ti veniva la depressione ogni volta che rimanevi solo a casa, in una casa 99 volte su 100 peggio della tua. Ma non era l'arredamento il problema, anche se vorrei farvi vedere qualche appartamento spagnolo. Ti mancavano tutti i punti di riferimento: gli odori, la luce, gli automatismi che fanno di casa tua casa tua. Trovare l'interruttore della luce senza andare a tastoni, aprire in automatico il cassetto giusto, girare al buio senza andare a sbattere, trovare il tuo cd nello stereo, svegliarti con la stessa quantità di luce di mattina (quelle poche volte che ti svegli di mattina), i colori di camera tua, le foto degli amici al muro e altre amenità del genere. Cose che ti fanno sentire a casa. Il caffé. La pizza. Ma vendono caffé anche qui e la pizza non ci vuole niente a farla in casa. All'inizio non c'è niente di tutto questo, ma dopo un po' sì. L'abitudine è l'odore (?) di cipolla della signora che cucina al piano di sotto. La bambina che piange al primo piano. La cumpañera de piso (coinquilina) che fa colazione nella tua tazza preferita. E la stessa familiarità che senti quando torni a casa ce l'hai coi tuoi amici. Basta un gesto per capirsi al volo, una scemenza a farti ridere per mezz'ora.
Ma in base a quali affinità si formano le nuove amicizie? E perché ci sono sempre tanti gruppi? Non era l'individualismo la cifra delle società moderne? Dov'è andato a finire l'IO?
Con ordine (anche se questo termine fa a pugni con la mia scrittura). Le nuove amicizie sbocciano uguale uguale a come nascono, e muoiono, a casa vostra. Solo in tempi brevissimi e con maggior varietà e quantità. Solo parzialmente sono legate alle costrizioni spaziali: il dover condividere casa con persone sconosciute porta co-abitazione, ma dalla forzatura del vivere insieme non derivano necessariamente rapporti profondi e sinceri. È però vero che i legami più forti si stabiliscono spesso con le persone con le quali si condividono, per necessità e non per volontà, tempo e spazio, urgenza di supporto e paura d'esclusione, bisogni e gelosie, battute divertenti e furenti litigate, pause e passeggiate, rivalità e ripicche, sigarette e resti di gelato. Le persone del posto, in questo caso spagnoli, entrano pochissimo nel mondo Erasmus. Gli Erasmus storicamente fanno gruppo con persone dello stesso paese d'origine e con altri Erasmus. La gente del luogo è un corpo estraneo. Le eccezioni ci sono ma sono pochissime e quasi sempre fanno capo a coinquilini di Erasmus che poco possono fare contro l'invasione pacifica dei loro squinternati vicini di stanza. Capita poi che alcuni si scoprano compatibili con gruppi di argentini, messicani, tedeschi, belgi, italiani (cioè in un gruppetto di argentini si inserisce un italiano, in una comitiva tedesca un francese, nel gruppone italico una finlandese). Quello che è consuetudine è una maggioranza nazionale forte con presenze extra.
Immaginiamoci il nostro Filippo come il centro di una serie di cerchi concentrici che si allargano poco a poco (lo so che stavamo facendo la metafora delle reti che si sovrappongono, fatevi l'immagine mentale che vi sta più simpatica). Il centro puntiforme è l'Io del nostro Erasmus, il primo cerchio è formato dai coinquilini, fattispecie che coincide con i migliori amici e/o con la casa-famiglia, siamo nell'ordine numerico compreso fra 2 e 5 (girone 1: 2>5). Il secondo cerchio include il gruppo base, arriviamo anche alle 15 unità (girone 2: 6>15), il terzo girone comprende ancora tutti coloro che partecipano frequentemente, ma non sempre, alla vita di Filippo, girone 3: 16>30. L'ultimo girone racchiude il resto del mondo (da 31 a infinito).
Il primo cerchio è riservato alla famiglia (alla famiglia "diversa") contenente i coinquilini de factu. Mancando totalmente la dimensione adulta, i legami interni alle nuove famiglie (mi pare di usare un termine mafioso e inadeguato) sono assimilabili a quelli fraterni. A turno qualcuno si assume i compiti di tutela e guida secondo modelli "genitoriali", ma solo in caso di necessità (cioè per: guerre fratricide, carestie, malattie ovvero per: sedare liti, fare la spesa, curare influenze e eccessi alcolici). Come in tutte le migliori famiglie anche in quelle Erasmus ne succedono di tutti i colori. L'immagine esterna è sempre "pulita", ma per esterno intendo quelli che sono nell'ultimo anello di questi gironi semi-infernali. Dentro c’è un amalgama di sentimenti che attraversano tutto lo spettro amore/odio, una sovrapposizione di stati d'animo, condivisione spontanea e gelosie morbose, tentazioni egemoniche e cedimenti all'indifferenza, slanci d'affetto e malcelata sopportazione. Come nelle migliori famiglie, insomma. Ma questa è una consapevolezza che si ha stando all'interno (e non sempre, chi si vuole coprire gli occhi può farlo facilmente).
La famiglia è contemporaneamente cementificata e permeabile all'ingresso di nuove unità. In ogni caso dentro c'è il nucleo magmatico, "il profondo affetto che unisce". Sì, belle parole. Vere? False? Consolatorie? La domanda è mal posta, e inquadra il problema in maniera astigmatica.
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