erasmus notti
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Domenica è ufficialmente il giorno della resaca, cioè del dopo-sbronza o comunque quello in cui ci si riprende dagli eccessi del fine settimana. In giro c'è poca gente, però un giretto in giro per vedere chi c'è bisogna pur farselo. La domenica è anche il giorno della settimana dedicato a lauti pranzi, in molte patrie europee. Quest'abitudine non si perde neanche in Erasmus, perciò molte domeniche si pranza insieme. Considerando che il giorno prima è sabato, che il nostro Blob è andato a dormire verso le 8 di mattina e si sarà svegliato minimo alle 3 di pomeriggio leggermente intontito, il pranzo viene miracolosamente fatto coincidere con la cena.

Sicché appuntamento alle 10 al Lizarran. Naturalmente nessuno si presenterà al pranzo della domenica prima delle 11. Ma fin qui siamo nel terreno del normale ritardo. Quando cominceranno ad arrivare tutti il terreno della normalità comincerà a franare e a fine cena si aprirà una voragine di dimensioni psicocosmiche. Primo: nessuno sa bene chi è stato invitato. Secondo: gli orari dell'appuntamento variano al variare di variabili che dovrebbero essere indipendenti dall'evento in questione (di solito ogni nazionalità aveva un orario diverso, miracoli della traduzione). Terzo: alcuni si ricordano di averlo detto a persone che raggiunte telefonicamente ignorano completamente la cosa (domanda da un milione di dollari: chi più era ubriaco dei due? Colui che sostiene di aver fatto l'invito o chi dichiara di non averlo mai ricevuto?). Quarto: altri si sono dimenticati di dirlo ai coinquilini. Insomma l'organizzazione della cena è approssimativa (11 volte su 11 qualcuno ha fatto girare l'idea il sabato, quando le coscienze sono ancora pronte a ricevere stimoli dall'esterno ma non sanno bene cosa fare con questi stimoli una volta che li hanno interiorizzati).

Per farvela breve, ormai è mezzanotte e la fame chiama, la solita ventina di personaggi improbabili si siede intorno a uno, due, tre tavoli messi insieme dai camerieri rassegnati. Vi spiego il funzionamento del ristorante. Il ristorante "Lizarran", sottotitolo "Tabernas selectas", fa parte di una catena francese, basca per l'esattezza. Non è che ci creda molto a questa cosa, visto che me l'ha raccontata un Erasmus, però. Quindi ogni città spagnola (e francese? Mah!) provvista di Burger King ha anche il suo bel Lizarran. Alicante, che come città se la tira abbastanza, ne ha due in centro e altri sparsi nei centri commerciali. Come al Burger si va per assaporare il tipico american food, al Lizarran si va per mangiare le tapas. Fin qui nulla di strano. Ma se il locale è stato adottato dagli Erasmus un motivo ci sarà: a parte che si mangia bene (nonostante sia spagnolo), la modalità di pagamento. Le tapas sono delle fette di pane con spalmato qualcosa, detto così sembra un toast. Invece è una singola fetta di pane (baguette? Questo avvalorerebbe la tesi che sia effettivamente francese, in realtà è spagnolo, del nord ma spagnolo, ho controllato su google) con su formaggio e prosciutto, o salmone, una fettina di tortilla, tre gamberi, un pezzetto di carne, insomma il principio è quello di una bruschetta declinata in svariate forme, in formati caldi o freddi. Ogni fetta di pane è tenuta attaccata al suo variabile companatico con uno stecchino. Ah ah! Ognuno va col suo piattino alla barra (bancone) e lo riempie di tutte le fettine di pane che vuole e se lo porta al tavolino. Ah ah! Avete indovinato come il cameriere calcola il conto? Ebbene sì: conta il numero di stecchini che voi, ripeto VOI, sottolineo VOI, evidenzio VOI, lasciate nel piatto.

Ecco servito il giochino. La regola generale che ho visto rispettare più spesso è: bisogna nascondere la metà degli stecchini mangiati. Vi risparmio il divertente elenco di modi alternativi di occultare stecchini e evidenziare il "furto". Tutti, compresi i genitori in visita ai teneri pargoli, partecipavano al giochino. Vi risparmio anche la figura di ***** fatta quando da un fazzolettino caddero due stecchini "fantasmi", peraltro non ero fisicamente presente allo sventurato evento. Finita la cena, dove probabilmente erano gli Erasmus a venire fregati considerando certi conti salati, tutti dovrebbero contenti e impuniti andare a casa.

Ma la domenica c'è il 2x1 al Cascorrón. Siccome ormai il nostro Filippo si è abbondantemente assuefatto all'alcol, si va a prendere un mojito al suddetto mojito-bar. È uno dei pochi aperti la domenica e il luogo di ritrovo ufficiale degli Erasmus (di quelli non informati della cena), che ci vanno a lamentarsi degli eccessi notturni e delle sveglie "albatiche" che hanno il lunedì per l'università. Questo non impedisce di alcolizzarsi a botte di leggeri 2x1 e tirare fino alle 3-4 di mattina, in barba alla sveglia assassina che li aspetta. È proprio una cosa difficile, questo benedetto Erasmus. Neanche una domenica tranquilla.

Naturalmente non bisogna seguire queste "istruzioni" alla lettera. Questa settimana tipo è schematicamente tipizzata. Le varie attività si mischiano e si sovrappongono, si addensano e si spalmano. Dopo due settimane nessuno sa bene se sia domenica o lunedì e ci si lascia condizionare solo dagli orari di apertura e chiusura dei locali. Tutto il resto è spesso lasciato al fato, alla casualità degli incontri, alla temperatura che c'è in strada e alle riserve in frigo. Organizzare la serata è un non senso. Basta uscire per ottenere il massimo del divertimento con il minimo sforzo. La cosa strana è che, vivendo di notte, i giorni assumono delle forme e delle funzioni strane. La dilatazione delle notti confina i giorni a un ruolo marginale. Potrei dire che il tempo subisce quelle deformazioni tipiche delle vacanze, dove il normale bio-ritmo viene sconvolto dal libero susseguirsi dei divertimenti. Ma l'Erasmus non è una vacanza: dura infinitamente di più. Nemmeno è uno stabilirsi permanente in terra straniera con l'obbligo di acquisirne tempi e ritmi: è una lunga, ma momentanea sosta. Una sospensione del tempo, dello spazio, delle normali attività.



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