erasmus notti
intro, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica, STRANI GIORNI

Vediamo come organizza le giornate (intese come ore piene di sole) il nostro Filippo. Abbiamo detto che dopo due settimane la normale successione dei giorni della settimana smette di esistere. Per il semplice motivo che non è più necessaria. Vi ricordo che stiamo parlando di studenti e uno studente per definizione è uno che studia (la definizione è teorica e retorica, nella pratica ognuno fa un po' quel che vuole), non ha orari, non deve timbrare il cartellino, praticamente nessuna università ha obbligo di frequenza e quindi la libertà negli orari è massima anche nei paesi d'origine. Però a casa ognuno ha abitudini "normali", già solo per la semplice ragione che vive in un mondo ed ha contatti con persone che fanno orari normali. Perciò lo studente, ancorché in potenza possa organizzarsi il tempo in assoluta libertà, de factu si adegua alla scansione della giornata di parenti, amici, gente comune, quindi distingue il lunedì dal sabato, il giorno dalla notte, separa le ore dai minuti, pranza e cena a orari nazionalmente normali.

Ma lo studente Erasmus no. Lui si deve sempre distinguere. L'unico impegno ufficiale che ha sono i corsi all'università. Ma l'università spagnola ha avuto la geniale idea di fare i corsi sia di mattina che di pomeriggio. E tra una lezione alle 9 di mattina e una alle 6 di sera quale pensiate che scelga il nostro simpatico Blob? O va a quella delle 9 tornando direttamente dai locali senza dormire (e naturalmente addormentandosi in classe alle 9 e 10) o, più saggiamente, opterà per quella delle 6. Così l'organizzazione del tempo può bypassare tranquillamente lo scoglio delle lezioni e disporre della giornata a suo piacimento. E la disposizione che preferisce ha veramente dell'incredibile.

Diciamo che si sveglia a orari variabili e fa colazioni dolci o salate. Dovrebbe andare all'università, di solito ci riesce. Ci pensa un po' su solo se c'è ancora il sole: meglio passare il pomeriggio al campus o in spiaggia? In realtà le differenze non sono poi molte. Filippo non ha l'obbligo di frequenza e salterà il numero di lezioni che gli sembrerà più opportuno. Dove non manca mai è al corso di spagnolo. Perciò se c'è il sole il dilemma è presto sciolto: se ha spagnolo va al campus, se no vince il mare. Quindi da lunedì a venerdì c'è l'università a costituire una specie di scoglio al libero e anarchico succedersi degli avvenimenti.

L'altro obbligo che ha il nostro Erasmus è di occuparsi del suo sostentamento fisico: ogni tanto deve fare la spesa, metter su una lavatrice, fare le cose di uno studente fuori sede qualunque. Spesso riesce a trasformare tutte queste incombenze pratiche in passatempi collettivi. Al supermarket incrocerà una quantità numerosa di Erasmus, coi quali si intratterrà a chiacchierare. Di ritorno a casa carico di sacchi della spesa passerà sotto casa di gente che conosce. Si fermerà a salutare. Insomma qualsiasi compito che può essere svolto collettivamente lo sarà: gli Erasmus mangiano insieme, cucinano insieme, vanno all'università insieme, a fare shopping, a passeggiare. Dalla comunanza minima con un paio di coinquilini si passa a gruppi ristretti ma numericamente validi, capaci di inventarsi mille cose da fare assolutamente non necessarie e quindi divertenti.

Filippo non ha mai un momento libero, è pieno di impegni: ha promesso a un po' di gente che avrebbe giocato al calcetto, ad altri che sarebbe passato in spiaggia per il beach-volley, a qualcuno deve offrire un gelato, a un altro si era offerto di accompagnarlo al centro commerciale, in periodo pre-esami fa parte di svariati gruppi di studio e ha impegnative sedute di ripasso, a qualche studente di legge doveva spiegare il difficilissimo funzionamento del Messenger all'università, a un brizzolato precoce deve tagliare i capelli con la macchinetta, deve mangiare il kebab dal turco.

Non ci sono mai pause. Il nostro Blob non ha tempo: una specie di horror vacui gli impedisce di inserire degli intervalli di inazione, di costellare la giornata di momenti per sé. Se lasciato solo lo vedrete smanettare col cellulare, o fiondarsi su Internet, addirittura studiare. Un Erasmus deve riempire la sua quotidiana esistenza di cose da fare, l'unica deroga è ammessa per raccontare ad altri cose che ha appena fatto o farà a breve. Il verbo che usa mentre è in Erasmus per definire la sua condizione è "fare" (sto facendo l'Erasmus), ed è legato alla materialità delle cose, agli eventi. La consapevolezza di sé, l’"essere" viene dopo (sono un Erasmus). Quasi mai è una consapevolezza che si acquisisce durante l'esperienza. All'inizio Filippo è troppo concentrato a capire tutto quello che avviene all'esterno per farsi domande esistenziali. Poi è sballottato nel vortice della vita notturna, negli impegni che si inventa di giorno. Negli intervalli che il caso, o il caos, gli concede giustamente dorme. Porsi delle domande non è agevole e in realtà non è di risposte che è in cerca il nostro Filippo, altrimenti se ne sarebbe andato in Tibet a fare il monaco buddista o il tibetano.

Quella che è la forza, ma anche la debolezza, del progetto è la concentrazione parossistica sull'hic et nunc. Soprattutto sul nunc. L'hic ha ancora una presenza, una materialità, una forza difficilmente confutabile, per il momento. Un'essenza fatua, leggera, "temporanea" ma è sempre qualcosa che si vede. Il tempo no. Quel nunc, ora, è il risultato della polverizzazione del tempo. La dimensione temporale non è schiacciata sulla dimensione attuale, sul presente. È semplicemente assente. Qui, in Erasmus, non è vera l'affermazione di Montale: "Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri che paralleli slittano spesso in senso contrario e raramente si intersecano". Mancano proprio i nastri. Si fermano dopo qualche settimana dall'arrivo nella nuova città e ripartiranno a due settimane dalla partenza. In mezzo, il pause, il limbo, un frammento detemporalizzato. Non ci sono pause in Erasmus perché è l'Erasmus a essere una pausa. La pausa. Quella che svela che l'eterogenesi dei fini non esiste, che non c'è una progressione, un'idea di progresso implicita e sottintesa in qualsiasi definizione di tempo.

Ecco buttata giù un'altra granitica certezza. E insieme a lei si butta via pure l'orologio da polso: proprio non serve.



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