Sul gusto si può aprire un dibattito infinito. Vorrei esulare dai giudizi sulla bontà della cucina spagnola anche perché ogni Erasmus ha una casa, ogni casa è provvista di cucina, Alicante di cibarie (per quanto la cosa possa sembrare incredibile alla mia mamma), per cui ognuno può mangiare quello che vuole, con chi vuole e quando/quanto vuole. Però la cosa che più sorprende è che è il cibo, più delle parole, a far conoscere gente e creare amicizie. Il numero di cene con numero di partecipanti inferiore al 10 è minimo e per quanto cibo ci sia a disposizione la fame di un Erasmus non sarà mai saziata. Questa è una cosa di cui non mi capacito: il pingue ingrassamento di tutti gli Erasmus, si va dal chilo in più a innumerevoli chili in più. Quelli che dimagriscono sono veramente pochi, e generalmente afflitti da metabolismo iperveloce (presente all'appello, purtroppo). Non so bene da che cosa dipenda ma la fame qui è inesauribile: si mangia a qualsiasi ora del giorno e della notte, non esistono distinzioni tra colazione, pranzo e cena, né tra cucine italiane, francesi, giapponesi, tedesche, spagnole. Si mangia di tutto e con tutti. Generalmente il menù varia poco ed è più pesante della normale dieta mediterranea.
Ma al di là dell’aspetto puramente metabolico del cibo, al di là della necessità di nutrirsi, mangiare è il principale "socializzante" degli Erasmus. Qualcuno potrà non andare in spiaggia, all'università o in giro per locali, ma tutti ingurgitano cibo. E nella migliore tradizione partenopea mentre si mangia si parla (possibilmente non contemporaneamente ma con moti alterni). Così si conosce un sacco di gente e la casa ti si riempie in un attimo di persone diversissime, che parlano lingue strambe, ma tutti pigiati intorno a un tavolo sempre troppo stretto per contenerli, grazie al vino, la birra o qualsiasi altro alcolico abbiano inventato, dopo un po' sono tutti contenti e meno estranei al cibo strano e ai commensali, spesso ancora più strani delle pietanze che si mangiano.
E le scoperte delle differenze culinarie e nazionali vanno di pari passo: il burro di noccioline degli americani (esiste davvero, è proprio quello dei telefilm ed è pure buono), le crêpes transalpine, il cous cous, il kebab e la cucina araba in generale con il tè nei bicchierini di vetro e i dolcetti di mandorle, datteri e cose particolari non meglio identificate, i tacos e la cucina messicana, le carni superbamente grigliate degli argentini, formaggi strani, insalate veramente incredibili, zuppe e paste, il tiramisù dolce tipico spagnolo, litigate assurde sull'origine veritiera di praticamente qualsiasi piatto eccezion fatta per la pizza; non campani che presumono di avere la ricetta originale del suddetto piatto tipico, e poi tutte le specialità regionali italiane: cose che neanche Vissani si può immaginare.
E al di là delle pietanze in sé si imparano un sacco di cose su come i giovani Erasmus intendano il rito del mangiare insieme, l'importanza data al cibo, la scoperta delle mille fissazioni diverse (gli odi sospettosi nei confronti di cose buonissime, le allergie sfigate) e quella di sostanze da ingurgitare colpevolmente sconosciute (tutti a fare le tapas una volta tornati a casa). Ma a tavola si scoprono anche le magagne e si sospettano atteggiamenti dello spirito che si riveleranno giusti: inviti forzati e gentilezze fasulle, consigli non richiesti, ingordigia e scarsa propensione alla condivisione (regola numero uno in casa degli Erasmus: posso avere il frigo semivuoto e la dispensa ai minimi storici ma tutto quello che c'è di commestibile in casa va mangiato tutti insieme, e mai nessuno si alzerà dalla mia tavola meno che satollo), ossessioni dietetiche (orrore: in Erasmus la dieta non ha motivo d'esistere), gente che mangia sempre le stesse cose (sintomo di menti perverse e frustate), persone che si rifiutano di assaggiare cose strane (cioè tutto quello che non cucini tu), eccezion fatta per parti innominate di tori e bestie strane. Insomma cucinare, che è la maniera più visibile e tangibile di prendersi cura del tuo prossimo più prossimo, e mangiare sono le attività preferite quaggiù sul pianeta Erasmus.
E la conseguenza è quel fenomeno antropologicamente definito come "creolizzazione": il creolo è in linguistica la sintesi di due lingue diverse, è il figlio del pidgin. Il pidgin è la lingua usata nei posti di confine, nelle colonie, fatta delle parole dei conquistatori e della grammatica basica dei conquistati. Quando il pidgin comincia ad avere dei parlanti nativi e smette di essere usata solo negli scambi commerciali diventa creolo. Quando il tipico tedesco smette di sedare gli improvvisi crampi di fame con pane e wrüstel per farsi velocemente una tortilla o un'insalata d'arance può felicemente definirsi un tedesco creolizzato, magari non gli sembrerà un grande epiteto, diciamo che è diventato un bell'ERASMUS tutto maiuscolo, già me lo vedo più contento, con il bicchiere pieno di succo di pomodoro in una mano e un pincho (pezzetto) di tortilla nell'altra. Quando abbandoni le tue migliori tradizioni alimentari per accogliere entusiasta abitudini autoctone (pranzare alle 16, cenare intorno a mezzanotte), pietanze esotiche, ingredienti sconosciuti nella tua dieta quotidiana sappi che il mostro della globalizzazione si è impossessato di te, lo spirito dei padri fondatori dell'Unione rivive in te e l'antica tradizione cosmopolita alberga, sazia e satolla, nel tuo corpo di giovane e noncurante studente del XXI secolo. Ed è proprio nel bel mezzo di una cena internazionale che assapori e respiri a pieni polmoni il clima eterogeneo e variegato dell'Erasmus.
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