Non è quello del film, almeno si spera. È la capacità di elaborare inconsciamente informazioni in modo da prendere decisioni immotivate ma corrette. È la possibilità di prevedere le cose. È il primo pensiero che ti passa per la testa quando conosci una persona o vedi un posto nuovo; questo è il senso che funziona meglio a parte le rare eccezioni in cui salta, e allora prende delle cantonate paurose. In Erasmus succede di sbagliare spessissimo il giudizio sulle persone, ma con una percentuale così elevata che deve esserci una spiegazione. Infatti non è per nulla plausibile che resistano a lungo termine solo pochissime persone, non si capisce per quale motivo ragazzi diventati in brevissimo tempo i tuoi migliori amici, la tua famiglia, delle persone che consideri splendide e tieni sul palmo di una mano, de repente (all'improvviso) smettano di essere così. Per motivi futili o addirittura per nessun motivo. Sei tu che improvvisamente sei diventato scemo, caro il mio Filippo, o succede qualcosa di strano in Erasmus? Sei fortunato perché non sei tu ma è l'Erasmus, la situazione, a creare fenomeni strani. Per questa volta ti sei salvato.
Opportunità e opportunismo: cioè due lati della stessa medaglia. Il bene e il male che come tutte le cose non sono separate in un artificiale manicheismo ma sono fuse, indissolubilmente legate, e senza l'uno neanche l'altra ha valore. Cominciamo dal bene: opportunità. Arrivare in un paese sconosciuto, per quanto possa essere destabilizzante, presenta i suoi vantaggi: non hai nessun obbligo, nessuna forma mentis preconcetta da dover seguire, nessuna responsabilità nei confronti del prossimo. Qualsiasi azione tu compia è libera dai pregiudizi e esula da sensi doppi e tripli. Perciò sei fiducioso e ottimista, vedi tutto rosa, tutte le persone ti sembrano splendide, fai investimenti affettivi a fondo perduto (la situazione te lo impone), sei sempre allegro, socievole, disponibile: sembri Heidi che sorride sui monti.
Opportunismo: quante amicizie sono sincere? Non è, in realtà, tutto un riempire un vuoto, colmare un bisogno per cui chiunque va bene e, partito un amico Erasmus, ne arriverà un altro? Un po' è così: sembra che qualsiasi persona possa essere per te il sostegno. Ed è vero, ma un minuto dopo può essere per te il coltello. Perché nessuno è tenuto a rispettare coerenza e correttezza. E non vale il principio "sarai domani quello che fai ora". Il domani non è contemplato in Erasmus, tutto è hic et nunc e una volta capito questo il nostro Blob salterà da una situazione all'altra, da casa sua a quella di mille sconosciuti, da conoscenze fatue a amicizie vere, da storie di una notte a amori senza tempo. Perciò le due cose sono fuse insieme, i sentimenti più nobili poggiano su paludi incerte e fangose. Le persone che ti hanno "usato" sono state usate da te, magari tu sei stato più bravo a non farti sgamare, ma anche tu hai fatto cose che ritenevi necessarie in barba alla tua morale, hai accettato compromessi, hai fatto finta di non vedere e non sentire, oppure sei esploso in litigate infinite, hai chiuso ponti, sei rimasto sordo a richieste di aiuto, tiepido nei confronti di tentativi di riavvicinamento, e quanto più eri disposto a dare di te all'inizio e incondizionatamente tanto più alla fine eri avaro di parole e gesti di conforto, cinico e spietato. E la colpa non è tua, se di colpa si tratta, ma della situazione, della vita folle che stai vivendo, sospeso in una dimensione parallela dove il tempo scorre velocissimo, interferenze dall'esterno non ce ne sono e sei sospeso tra la vita in cattività dei topi di laboratorio, le scorazzate in moto dei ragazzini, le incertezze degli esuli e le sicurezze dei turisti.
Il sesto senso funziona non solo riguardo le altre persone ma anche verso sé stessi. All'inizio ci sono per tutti momenti no, giornate grigie; nel primo mese non si contano le volte che vuoi tornare a casa. No te enteras de nada: ti sembra di non capire niente, niente di quello che dicono, niente di quello che succede, cominci ad odiare i tuoi amici che ti hanno consigliato di fare l'Erasmus, ma che ci trovavano di tanto divertente e entusiasmante? Ti senti completamente solo, abbandonato da Dio, sperduto e perso. Però resisti: il tuo sesto senso ti dice che rimanere è la cosa giusta da fare. Il sesto senso con te ha ragione: partendo avresti scelto una strada facile ma te ne saresti pentito per sempre.
I sensi in realtà non sono solo 5, e nemmeno 6. Allo schema classico di derivazione aristotelica si possono aggiungere la percezione della luce e quella del colore, quella del dolore, del caldo e del freddo, il senso dell'equilibrio e la propriocezione (la capacità di valutare la propria posizione nello spazio), la sinestesia (una modalità percettiva che abolisce i confini tra i sensi attribuendo sapori alle forme o colori ai numeri, associando gli stimoli in modo inconsueto e sfumando i confini tra i sensi). Ma questo non è un trattato di fisiologia, perciò accontentatevi dei 6 sensi descritti prima anche perchè una volta arrivate al cervello tutte queste belle sensazioni dovranno pur essere elaborate dal nostro Filippo che si trova sommerso e immerso in un mare di stimoli da decodificare.
Riassumendo: il nostro Erasmus è come se dovesse rifare daccapo e in brevissimo tempo tutte le esperienze che lo hanno costruito come persona negli ultimi (che poi sono anche i primi) 20 anni. Nascere di nuovo, ma senza lo scudo e la protezione dei genitori, della famiglia, del gruppo di appartenenza, della società, delle tradizioni. Prendere possesso di una terra sconosciuta. Alfabetizzarsi per la seconda volta. Imparare nuovi odori, assimilare sapori nuovi. Orari e abitudini nuove, di fronte alle quali è completamente ignorante.
Il nostro Blob appena arrivato nella sua nuova patria me lo vedo sia come bambino indifeso, qui orfano, povero, senza fissa dimora, sia come esploratore dell'Ottocento. E gli potrei cucire addosso qualsiasi figura mitologica: novello Ulisse, che per concludere l’agognato percorso di studi, deve mollare Itaca, affrontare le peggiori prove fisiche e mentali, rischiare di non tornare, e alla fine laurearsi nella sua isoletta-università-città-patria! Me lo vedo esploratore del ventiduesimo secolo, armato di digitale e minuscolo vocabolario, in partenza verso mete esotiche, climi freddi e ostili, lande desolate e capitali europee, lingue familiarmente latine o incomprensibilmente indoeuropee, in giro per il suo – momentaneo – Paese. Come Colombo in America: c'era andato sì, per soldi e convenienza (la convenienza dell'Erasmus si chiama più lingue, più conoscenza, cioè più opportunità dopo la laurea) però ci ha riportato pomodori e caffé. Scoperta di nuove civiltà e manifestazioni di inciviltà vecchie. Maggiore apertura mentale e lieve flessione dei pregiudizi. Serendipidità. Me lo vedo androide di Blade Runner: scappa via dal tipo che vuole farlo fuori, chiede "Più vita, padre! Dammi più vita!" (il prolungamento: un Erasmus non vuole mai tornare a casa sua), non dorme mai, fa cricca con gli altri androidi-Erasmus.
Insomma adesso che abbiamo fatto salpare Ulisse, partire Colombo, scappare l'androide seguiamolo nel suo avventuroso viaggio.
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