erasmus sensi
intro, vista, olfatto, gusto, UDITO, tatto, sesto senso

Il mio preferito. Dei 5 sensi è forse il più complesso perché legato al sistema simbolico per eccellenza: il linguaggio. Però prima di arrivare al linguaggio, a un veicolo di comunicazione efficace e di immediata comprensione bisogna passare per un paio di fasi. Oltre alla lingua ufficiale del tuo nuovo paese, che imparerai in un paio di mesi, devi imparare o almeno familiarizzare con praticamente tutti i dialetti della tua nazione, con il francese, l'inglese e il tedesco che si sono fusi in un unico superidioma che hai dimenticato per evitare che facesse interferenza con lo spagnolo; con le variazioni di cadenza, tono e modulazione dei singoli. E può sembrare un'esagerazione ma è un’impresa difficilissima abituarsi a come parlano le persone, e non solo alla cadenza: riuscire a capire il contenuto di quello che dicono non è affatto semplice. All'inizio si fa normalmente cricca con le persone del proprio paese, ed è facile che siano tutte di regioni diverse dalle tue. E non solo scopri che ci sono residui dialettali quando parli italiano (e questo soprattutto per chi è del Sud) ma ti rendi conto che il tuo italiano ha molte differenze con quello centrale, nordico o isolano. Poi ci sono gli irriducibili che si ostinano a parlare il dialetto stretto y no tiene ninguna gracia (e non è affatto divertente).

Perciò mentre tenti faticosamente di capire la lingua del nuovo paese le chiacchiere con i connazionali sono una distensiva pausa, un ritorno a casa, una vacanza della mente che non deve stare lì a frazionare il flusso veloce di parole spagnole per comprenderle. Perché nonostante gli accenti, i dialettismi, le peculiarità regionali parlare nella tua lingua madre è veramente un sollievo: non solo perché è quello che ti viene più facile ma perché è più semplice conoscere le persone, stringere amicizie, parlare di problemi e difficoltà, ridere e fare battute nella tua lingua. E per quanto tu possa imparare un discreto spagnolo è veramente difficile che i tuoi migliori amici in Erasmus siano di paesi estranei al tuo (eccezion fatta per i coinquilini, ma ne parleremo poi).

Sicché la tua lingua madre continuerà a farla da padrona, nonostante ti possa capitare di sognare nel nuovo idioma, di dimenticare sostantivi base, di fondere continuamente le due lingue. Intanto lo spagnolo diventa l'unica lingua straniera nella quale riesci ad esprimerti (per quanto fossi ferrato in inglese, francese, tedesco farai sempre una fatica tremenda a comunicare in questi idiomi perché sempre ti verrà fuori in automatico lo spagnolo e ti ritroverai nella ridicola posizione di dover tradurre dallo spagnolo al francese o inglese o tedesco o altro con risultati veramente divertenti). E ti sorprendi di come riesci a imparare velocemente, superato diciamo il primo mese in terra straniera: è che ti trovi immerso in un mondo di pazzi che si ostinano a parlare fra di loro, e soprattutto con te, in spagnolo. E non ti lamentare, anzi ringrazia che non siano degli integralisti difensori dell'autonomia linguistica e non si rivolgano a te in andaluso, catalano, valenziano, euskera: in certi posti della penisola iberica da igual (fa lo stesso) che tu sia straniero: conoscono il castigliano ma mai ti daranno la soddisfazione di sentire parole pronunciate nella lingua del governo centrale (sembrano un po' fan di Bossi, e qualcuno è stupido uguale).

La modalità preferita di apprendimento, che tu non scegli ma subisci passivamente, è la musica. Avete capito bene, sì: la musica. No, non è il corso di spagnolo che l'università vi ha organizzato tanto amorevolmente, e addirittura gratuitamente, che gentili. Diciamo la verità: in quattro ore alla settimana che volete imparare? Ma giusto l'indicativo e a non morire di fame. Ok, ci sono anche le lezioni, i corsi che seguite all'università in compagnia degli adorati colleghi spagnoli. Alzi la mano chi li ha seguiti seriamente, prendendo appunti (in Spagna c'è la barbara usanza di non studiare sui libri ma dagli appunti delle lezioni: ma dove l'hanno vista una cosa del genere? Poi c'è l'usanza ancora più barbara di fare gli esami a "crocette"). Dunque mani alzate zero, i secchioni non vanno in Erasmus. Ma allora non è vero che si va a studiare per un semestre o due in un altro paese. E infatti non è vero. Già l'abbiamo abbondantemente sostenuto. E che fate: non seguite? Un minimo di attenzione, grazie.

Perciò abolendo i contatti volontari e meno con la popolazione indigena, la musica o, più nello specifico, quelle canzoncine spagnole che imperversano in qualsiasi locale notturno di qualunque città spagnola sono una manna dal cielo per il nostro Filippo, che altrimenti continuerebbe a frequentare la colonia italiana e si sforzerebbe al massimo, ma se proprio deve, di recuperare un po' di inglese basico per conversazioni basiche.

Diciamo subito che come nelle migliori vacanze, e anche in quelle peggiori, le persone si conoscono in notturna, nei luoghi appositamente adibiti: discoteche (ad Alicante non ce n'è), pub, bar, mini-disco (e ad Alicante ce ne saranno in una proporzione di dieci per abitante). Perciò Filippo passa diligentemente tutte le sue notti (dopo qualche mese ne salterà qualcuna a causa del fisico che comincerà a dare segni di cedimento) in giro per locali. All'inizio starà più tempo fuori che dentro: sarà il caldo e il fumo spesso che c'è in questi posti piccolissimi, sarà che fuori si può parlare anche senza urlare (l'assenza di 80 mila decibel che ti sfondano i timpani e ti rimbombano nello stomaco: che bella sensazione), che passando da un posto all'altro cominci a incrociare gente che conosci e ti fermi a salutare e nel frattempo il locale ha chiuso, però in realtà, sinceramente e dal più profondo dell'anima, Filippo e con lui tutti gli Erasmus, ma proprio tutti, odiano le canzoni spagnole. Ma perché? E perché prima di partire le adorerà alla follia e se le masterizzerà tutte quante? Ma è proprio di una volubilità preoccupante il nostro Blob, invece no, una spiegazione c'è.

Qualcuno vi dirà che le ha sempre amate. Mente. Magari le ballava volentieri, ma a questi qua avreste dovuto fare il test del palloncino all'instante: avrebbero danzato indemoniati anche sulla quinta di Beethoven. Dunque all'inizio non si è abituati al tipo di musica: è troppo lenta rispetto a quella delle discoteche e qui di house, tecno e cose varie manco l'ombra. Neanche i posti sono molti adatti al ballo: c'è troppa luce, troppo poco spazio e non si conoscono le canzoni. E forse è questo l'ostacolo principale: non sapere, e non capire, le canzoni. Ma in men che non si dica e grazie al fatto che si ripetono sempre le stesse canzoni, anche più volte nella stessa sera, Filippo comincia ad apprezzare i motivetti facili facili, e sarà perché le ascolta di notte, in semi-fase rem anche se ha gli occhi aperti, che di giorno le canticchia tutte fornite di parole, messe quasi sempre al posto giusto e con significati sempre meno incomprensibili. Poi tutte le canzoni, anche le più brutte godono dell'effetto nostalgia/link: ti ricordano una sera, un posto, una persona (o le tre cose insieme) particolari. Ed ecco che solo Obsesión rimane l'unica che continua ad essere odiata da Filippo, perché aveva cominciato a odiarla almeno un anno prima in Italia e ogni tormentone deve pur avere fine se non si vuole trasformare in tormento. E ti piacciono addirittura i testi, che girano sempre intorno a: lui/lei molla lei/lui, terzi incomodi, storie che finiscono, storie che cominciano, amicizia/amore/lavoro a mo' di oroscopo, insomma gli argomenti universali di tutte le canzoni del mondo. E volete che non ci siano un paio di gruppi spagnoli decenti? Ci sono e hanno pure successo. Finiranno meritatamente nella valigia di cose da portar via, illegalmente, dal paese.

Perciò attraverso il canale musicale il nostro Blob viene introdotto nei misteri dell'idioma locale e può passare alla fase due: far finta di sapere lo spagnolo. In realtà il canale musicale non è sempre sintonizzato su frequenze andaluse, appena può il nostro Blob mette su i suoi cd, la sua musica, ed è tutto un girare e prestare la musica accumulata in 20 anni fra persone che hanno gusti musicali diversi e incompatibili, ma sarà che ormai si è abituato a non rifiutare mai nulla ma Filippo comincia a conoscere e ascoltare con piacere gruppi e cantanti che considerava di infimo valore. Smettiamo di parlare di musica e torniamo a quello che si ascolta in generale: rumori e parole.

Sui rumori: non ti abituerai mai alle sirene dell'ambulanza e della polizia; al semaforo che fa scattare verde per i pedoni e contemporaneamente parte un concerto di pennuti che varia al variare della distanza del semaforo dal centro della città; l'ascensore che fa su e giù a qualsiasi ora del giorno e della notte; i discorsi  dei vicini di casa (le pareti delle case spagnole non sono fatte per salvaguardare la privacy di chi vi abita); il pianista che si esercita al "piano" di sotto, il sassofonista che si esercita nella casa di fronte; il vecchietto che ripara mobilia irreparabile nell'appartamento a lato; tutti quelli che in macchina hanno l'autoradio a palla (Alicante è il regno del tamarrismo); gli spagnoli che urlano quando parlano, gli italiani pure, e anche qualche tedesco e inglese; il caos controllato dei mercati; la musica bassa sull'autobus che vi porta all'università; la croce rossa che ogni dieci minuti in spiaggia avverte dagli altoparlanti che si è perso un bambino, 2 bambini, mille bambini; sempre gli stessi altoparlanti che sbraitano che bisogna uscire dall'acqua, c'è bandiera rossa e se affogate sono fatti vostri, il bagnino non vi salverà; quelli che passano a vendere agua, coca-cola, cerveza (acqua, coca-cola, birra) sempre in spiaggia e sempre tutti pimpanti, beati loro; il pazzo che chiede l'elemosina per strada e urla contro tutti quelli che osano passare e coprirgli la visuale; le suonerie di cellulari più pazze del mondo; l'assenza dei rumori tipici dei piccoli centri (niente grilli, pochissimi gatti, nessun familiare rumore di campagna, e va bene siamo al mare: ma neanche i gabbiani ci sono).

Sulle parole: dare un nome alle cose e alle persone. La bibbia dice che Dio creò tutte le cose ma, si che vede che anche Lui si stanca, lasciò ad Adamo il compito di dar loro un nome. Perciò Adamo nella più assoluta libertà e autonomia si mise lì a battezzare tutto il creato. Naturalmente il nostro Blob non è Adamo e ogni tanto chiama gli oggetti in modo strano solo perché si confonde con lo spagnolo. Quello che però può fare è dare i nomi alle persone. È vero che ogni Erasmus ha già il suo bel nome da quando è nato. Ma fare l'Erasmus è come rinascere a nuova vita, è entrare in una tribù di eletti dove valgono regole particolari, misteriose ed esoteriche: ogni Erasmus che si rispetti ha un nuovo nome che gli viene assegnato dalla tribù.

La funzione dei riti dell'imposizione del nome nelle società tradizionali è doppia: il bambino acquista insieme al nome la sua propria individualità e viene aggregato alla società di cui fa parte in generale (con una festa pubblica cui partecipa tutto il villaggio) e in maniera specifica (alla famiglia). Capita poi che anche il nome dell'adulto possa variare nel corso della vita per atti occasionali o sistematicamente (per la nascita di un figlio, per il passaggio da una classe di età a un'altra). Che succede in Erasmus? Si presume che ognuno arrivi carico di un'individualità già ben definita ma quest'individualità va ridefinita, riconosciuta da tutti e resa "usabile" da tutti. Tutti devono avere un diminutivo facile facile, di pronuncia univoca in spagnolo, non soggetto a doppi sensi, due nomi uguali non vanno bene, perciò spesso ridendo e scherzando, qualche volta facendo i seri, a tutti viene dato un nome nuovo fiammante che può essere un semplice diminutivo, ridursi alla città o regione di provenienza o un bel soprannome, con gli stranieri si va sul complicato e naturalmente divertente.


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