Un paio di osservazioni sul nostro Erasmus inteso come contenitore privilegiato di communitas.
Turner fa a un certo punto una distinzione tra tre diversi tipi di communitas: communitas esistenziale o spontanea, communitas normativa e communitas ideologica. La prima è la comunità spontanea e paritaria che si forma liberamente in certi momenti e luoghi (che sono in realtà non-momenti e non-luoghi) in margine a una società. La seconda è una communitas che si "struttura" per resistere nel tempo grazie a sistemi di organizzazione e controllo. La terza è un'esteriorizzazione di forme di comunità interiori, è la fondazione di modelli utopistici che seguono realmente i precetti della communitas esistenziale ideale. Nell'ultima categoria non si ha difficoltà a inserire hippy, figli dei fiori, beat generation (e altri tentativi di controcultura). Nella seconda rientrano, per esempio, i francescani che, alla morte di Francesco, vissuto in regime di comunità spontanea, devono necessariamente organizzare fraticelli e seguaci secondo un ordine che permetta loro la sopravvivenza mediante la costituzione di un ordine, ecclesiastico, che ne assicuri la persistenza. Pare chiaro che queste due forme sono spurie, contenendo livelli consistenti di struttura al loro interno. Ma lo sono in modo costitutivo e fondante. Rimarrebbe, quindi, la sola communitas esistenziale a fare da vera antistruttura, autentico movimento innovativo e controrivoluzionario.
Aggiornando un po' il nostro modello avremmo un modello di società forte (Stato o chi per lui) aperto a crisi formali e sostanziali, al conflitto. Per crisi formali intendo la presenza e la costituzione di un sistema alternativo all’"ordine costituito" che nel nostro caso viene incarnato da studenti e movimenti studenteschi (limito l'analisi alla nostra sfera d'interesse). Questa categoria si costituisce originariamente come una comunità spontanea: i privilegi di cui godevano gli universitari, il cameratismo, lo spirito goliardico, le iniziazioni nelle antiche cittadelle universitarie erano veramente da communitas esistenziale.
Ora non più: la figura dello studente si è massificata e omologata; le associazioni studentesche ricalcano modelli organizzativi parastatali; gli studenti hanno perso qualsiasi slancio goliardico, spesso non sono neanche semplicemente divertenti; la durata del percorso di studi non permette nessun annullamento di dimensioni spaziali, organizzative, sociali, economiche: gli stati (neanche i mitici welfare scandinavi) non reggerebbero una fase marginale così estesa e diffusa; infine, lungi dall'essere materia, polvere, cera da forgiare i nostri studenti hanno la loro bella maschera di pariolini vestiti bene (in facoltà scientifiche e a giurisprudenza) e quella alternativa-sessantottina-paninara in indirizzi umanistici (sto semplificando al massimo).
Ma dalle ceneri di una gloriosa comunità ne risorge una nuova. Anzi, è la stessa struttura, ormai consapevole che la vecchia soglia non ha più alcuna funzione di passaggio, ad inventarsi un'intercapedine: dalla communitas normativa "università" spunta la communitas esistenziale "Erasmus". Problema risolto, quindi? No. Posso solo immaginare com'erano i tremila del 1987 che diedero il via al progetto. Posso supporre un minor numero di individui più in pellegrinaggio che in Erasmus, meno informato e più obbligato a farsi forte all'interno, più seguaci di Francesco che francescani; ma sui pionieri posso solo azzardare ipotesi. Qualche certezza in un più la posso esprimere sullo stato delle cose oggi, 2005.
Non vedo molta communitas spontanea. Ricordo che comunità è dove la comunità si fa evento. E mi dovrò dilungare sulla benedetta distinzione io/noi, individuo/gruppo, che ancora non quadra del tutto in un'analisi che risulta sempre più chiara. Meglio: la condizione liminale dell'Erasmus è troppo estesa, troppo connessa a modelli e legami con la vita precedente. Anche il limen, il margine, viene a tratti strutturato, debolmente, e gli iniziati passano continuamente dalla struttura debole alla condizione destrutturata.
Visualizziamo anche qui: sia un quadratino a sinistra la struttura di partenza (stato pre-Erasmus) e sia un quadratino a destra la società d'arrivo (post-Erasmus), al centro c'è un cerchio irregolare (l'Erasmus). Questa sagoma lascia ai bordi (quindi all'esterno) dei quadratini più piccoli che rappresentano forme organizzate (limitatamente all'università, alla casa, alla banca, alla famiglia, ai vecchi amici). Questi quadratini sono sì esterni ma richiamano il nostro Erasmus alla struttura. Matrix: la telefonata trasporta l'eletto dalla matrice alla realtà. In Erasmus le telefonate sono le connessioni che si stabiliscono con i quadratini che fluttuano in prossimità della sagoma. Non solo. Dopo un po' si formano delle caselle anche all'interno della sagoma stessa (sono i nuovi punti di riferimento, la nuova lingua, la nuova famiglia, la nuova casa): sono quadretti un po' più piccoli che non riempiranno mai tutto lo spazio, però ci sono e, a questo punto, complicano il nostro modello interpretativo.
Viene Eco in soccorso, come al solito:
Pensa a un fiume, denso e maestoso, che corre per miglia e miglia entro argini robusti, e tu sai dove sia il fiume, dove l'argine, dove la terra ferma. A un certo punto il fiume, per stanchezza, perché ha corso per troppo tempo e troppo spazio, perché si avvicina il mare, che annulla in sé tutti i fiumi, non sa più cosa sia. Diventa il proprio delta. Rimane forse un ramo maggiore, ma molti se ne diramano, in ogni direzione, e alcuni riconfluiscono gli uni negli altri, e non sai più cosa sia origine di cosa, e talora non sai cosa sia fiume ancora, e cosa già mare… [Umberto Eco]
Ecco qua: la nostra communitas è acqua. Ma è l'acqua del delta dove la percentuale di salinità è variabile: ora dolce, ora salata. È fiume: corrente, movimento, capacità di scavare in ogni pietra; ma è un fiume che contiene infiltrazioni di mare, il delta, e un po' del sapore che il mare si porta dietro: calma, quiete, approdo. Il problema è che ogni volta che si ferma un processo per analizzarlo non si può fare a meno di costruire uno stadio del processo. Senza esagerare con la filosofia, ma il nostro Erasmus è la tartaruga che Achille non raggiunge mai. O il fiume dove Eraclito non può bagnarsi due volte.
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