Dove ci portano tutte queste opposizioni che sembrano avvitarsi su sè stesse? A una conclusione piuttosto dinamica, e non poteva essere altrimenti.
Il termine "flusso" denota la sensazione olistica presente quando agiamo in uno stato di coinvolgimento totale [ed è] una condizione in cui un'azione segue all'altra secondo una logica interna che sembra procedere senza bisogno di interventi consapevoli da parte nostra […]. Ciò che esperiamo è un flusso unitario da un momento a quello successivo, in cui ci sentiamo padroni delle nostre azioni, e in cui si attenua la distinzione fra il soggetto e il suo ambiente, fra stimolo e risposta, o fra presente, passato e futuro. [Victor Turner]
Nel flusso azione e coscienza sono fuse, la concentrazione dell'attenzione si limita a un campo di stimoli limitato: solo l'ora è importante, e può essere più intensamente esperito con l'uso di alcol e droghe. L'io si perde, ma non si annulla, nella comunità.
Chi è nel flusso si sente padrone di sé e delle proprie azioni, può non esserne consapevole al momento ma se ne renderà conto ripensandoci in un secondo tempo. Le azioni del flusso non sono contraddittorie e offrono all'individuo risposte chiare e univoche. Il flusso è "«autotelico», cioè non sembra aver bisogno di finalità o ricompense esterne. Stare nel flusso è godere della massima felicità possibile per un essere umano": esserci è un'altra cosa.
L'impossibilità di sperimentare direttamente la felicità che si prova a stare nel flusso è la causa primaria che impedisce agli altri la piena comprensione del fenomeno Erasmus.
Ed è la consapevolezza che la felicità perduta non si può recuperare attraverso il racconto dell'esperienza a dissuadere dopo qualche tempo anche il più entusiasta degli ex Erasmus a farsi predicatore e portatore di valori, idee e vantaggi potenzialmente utili all'intera umanità.
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