erasmus teoria
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Il lavoro sul campo, tradizionalmente condotto da un osservatore straniero su comunità indigene, dovrebbe anche aprirsi ai membri di tali comunità affinché esse stesse favoriscano la produzione di un sapere espresso dagli autoctoni. [Jean-Loup Amselle]

Piuttosto che la globalizzazione […], è lo sguardo, o più esattamente l'interrogazione sullo sguardo del ricercatore sul suo terreno che sarebbe fondamentalmente nuovo. [Jean-Loup Amselle]

L'ossimoro dell'osservazione partecipante è la contraddizione sulla quale poggia la legittimità e del metodo e della disciplina antropologica. Partecipazione: deriva dalla necessità di vivere gli eventi studiati in modo partecipativo per comprenderli dall'interno, cercando di capire il modo di pensare degli "indigeni". Bisogna però evitare di farsi risucchiare dalla forza degli avvenimenti (l'antropologo che partecipa troppo non torna più dalla tribù trasformandosi in indigeno). Osservazione: la base della pars construens della ricerca sul campo. Implica l'obbligo di mantenere la giusta distanza, di far perno sul distacco da cose e sentimenti perché da qui partono ipotesi di lavoro e spiegazioni di fenomeni. Che poi ci si debba preoccupare del punto di vista dell’osservato è cosa ovvia, come altrettanto ovvio è che è sempre l'antropologo a scegliere i membri della comunità che hanno diritto di parola.

La novità, o meglio l'evoluzione del metodo, sta nell’applicazione di logiche ermeneutiche. Ermeneutica: "arte d'intendere e d'interpretare i monumenti, i libri e i documenti antichi". È il considerare i fenomeni osservati come un testo da interpretare, è la descrizione di ciò che si vede e la traduzione di ciò che si studia in termini comprensibili ai più. Necessariamente un'interpretazione di fatti non può essere oggettiva ma dipende dal punto di vista del ricercatore. Ma dal soggettivismo dell'autore bisogna pur far partire affermazioni che siano valide per una disciplina che non appartiene alle scienze dure ma fa pur sempre parte delle scienze umane.

Durante la mia osservazione partecipante, che era più partecipazione ispezionante, non avevo la preoccupazione di "dar voce" ai soggetti studiati. Non facevo altro: nella monografia nulla v'è di autobiografico. Ma se l'essere "indigena" ha osmoticamente trasmesso al racconto il sapere dei miei autoctoni, ha comportato, portato con sé, un nodo difficile da sciogliere al momento di inquadrare quel sapere. Lo sguardo dall'interno deve necessariamente prendere le distanze, uscire fuori e dare un'interpretazione del fenomeno appigliandosi a una sbrilluccicante teoria antropologica. 


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