Sia Van Gennep che Turner distinguono tra riti di passaggio "individuali", legati al ciclo biologico, che segnano un avanzamento progressivo del soggetto, e riti "calendariali" che si ripetono stagionalmente e coinvolgono la collettività senza alcun cambiamento di status. I primi tendono ad abbassare le persone durante la fase marginale per poi restituirle con una condizione più elevata; i secondi le innalzano temporalmente per riportarle alla condizione abituale.
Il nostro Erasmus è un rito individuale.
Ma un certo punto Turner ci complica la vita distinguendo tra riti liminali e liminoidi. Arriva la rivoluzione industriale a fare da spartiacque: l'organizzazione sociale, tecnologica e burocratica impone la distinzione tra tempo dedicato al lavoro e tempo destinato allo svago. Ciao ciao al calendario stagionale e progressivo svuotamento di significato (o slittamenti nel liminoide) di manifestazioni rituali. Specializzazione dei ruoli, urbanizzazione, diffusione dell'alfabetismo, individualismo, razionalismo, burocrazia spazzano via il rito "organico" e la risoluzione delle crisi si sposta dal gruppo all'individuo, potrei dire all'interno dell'individuo nominando solo la psicologia del profondo, il mondo dei sogni e la nascita della psicanalisi. Troppe cose, torniamo a noi.
Riassumendo, i riti liminali: sono irreversibili e hanno luogo una sola volta (ovviamente quelli individuali). I simboli che caratterizzano gli iniziati sono ambigui (invisibilità, vita/morte, anomia, povertà, uniformità); gli iniziati vengono paragonati ai fantasmi, agli dei e agli antenati ma anche agli animali o agli uccelli. Sono positivi e negativi insieme (niente tabù, grande libertà). Sono obbligatori, intrisi di dovere. Fanno parte di un processo sociale complessivo. I simboli hanno un identico significato per tutti i membri del gruppo. I fenomeni liminali anche quando sovvertono il normale andamento della struttura in realtà le consentono di funzionare nuovamente.
I riti liminoidi: la rivoluzione industriale produce prodotti che somigliano a quelli liminali ma solo in parte. Liminoidi sono i generi di intrattenimento della società industriale: letteratura, teatro, sport. La partecipazione è volontaria, come volontaria e soggettiva è loro interpretazione. I fenomeni liminoidi sono collegati a profonde critiche sociali e spesso a tentativi rivoluzionari: denunciano il cattivo funzionamento della struttura, le ingiustizie insanabili, i conflitti inconciliabili.
Nella modernità liminale e liminoide coesistono, per Turner. E può andare anche bene, ma non ne sono del tutto convinta e sicuramente poco convince lo svuotamento di significato dei fenomeni rituali liminali e la considerazione "salvifica" per teatro e affini.
Queste distinzioni convincono ancor meno se arriviamo all'attualità e consideriamo il "frullatore" della post-modernità. Ora viene meno la distinzione tra lavoro e svago. L'intrattenimento, in tutte le forme che Turner considerava veramente rivoluzionarie, non è confinato al tempo libero ma ha invaso tutti gli spazi e tutti i tempi che poteva invadere. Non per fare i moralisti ma tutto è gioco, divertimento, distrazione. Le gerarchie non esistono più, il modello verticale è diventato di nuovo orizzontale. Tutto è spettacolarizzato, carnevalizzato, esasperato. Oggi la critica, la "crisi" come la chiama Turner, sarebbe una pausa, una struttura, una norma. Siamo usciti dalla tribù ma, passando per stati-nazione e globalizzazione, il villaggio si è nuovamente tribalizzato. L'individuo, abbandonato dalla politica, dalla religione, dal gruppo, non trova più nessuna soluzione in sé (né in un sé potenziato artificialmente con la chimica, né in una autocoscienza raggiunta con l'analisi, e men che meno in teatro). E questo individuo lasciato in balia di sé stesso cercherà conforto in rituali nuovi che ricalcano i vecchi modelli di ritualità. Quindi torniamo al nostro Erasmus e, pur bypassando Amleto&Company, prenderemo in prestito un po' di concetti teatrali che tornano utili per approfondire il modello di communitas esistenziale "modificato".
Mi piace considerare il rituale soprattutto come performance, rappresentazione, e non come insieme di regole o rubriche. Le regole "incorniciano" il processo rituale, ma il processo rituale trascende la sua cornice. Un fiume ha bisogno di argini per evitare pericolose inondazioni, ma gli argini senza un fiume sono l'immagine stessa dell'aridità. [Victor Turner]
Questo fiume che ci perseguita.
Quindi il rito sta sempre in uno schema più generale pur rimanendo un elemento di mediazione nel passaggio dalla struttura all'antistruttura e di nuovo di reintegrazione nella struttura. Ha una funzione paradigmatica: come modello per può anticipare o generare mutamento, come modello di può inscrivere un ordine nelle menti di chi vi partecipa. Come molte rappresentazioni il rituale si coniuga al congiuntivo. Il congiuntivo è il regno della possibilità, del desiderio, della supposizione. L'indicativo controlla la struttura e le aree quotidiane della società, del sistema economico, della legge, della politica. Il passaggio dall'indicativo al congiuntivo è strettamente legato alla liminalità: i tabù crollano, le fantasie diventano realtà, il ricco è povero, l'umile si inorgoglisce. Il rapporto congiuntività-indicatività è paradossale (una specie di "parentela incestuosa"): "è esatto dire che la congiuntività è la madre dell'indicatività, dato che qualsiasi realizzazione non è che una fra una miriade di possibilità ontologiche, alcune delle quali possono essere attualizzate in qualche altro punto o in qualche altro momento dello spazio-tempo".
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