Abbandonando una metodologia ispirata alle scienze della natura e accettando di dedicarsi allo studio dei documenti scritti e delle immagini, l'antropologia si avvicinerà a discipline come la critica letteraria o la semiologia. [Jean-Loup Amselle]
Anche quando vuol essere scientifica, l'antropologia è dunque tanto un mezzo per definire noi stessi quanto per caratterizzare gli altri. Non può essere altrimenti. Riesce difficile concepire un'analisi etnologica che non sia tributaria, secondo diverse modalità, di categorie di pensiero proprie di un individuo (l'etnologo) che assume positivamente o negativamente i valori della sua società. [Jean-Loup Amselle]
Un sincretismo come proposta per una nuova antropologia ibrida, che ha la comunicazione come suo panorama fluido. [Massimo Canevacci]
Sia Amselle che Canevacci (quest'ultimo in modo più marcato) abbandonano le certezze ataviche e si gettano volentieri nei nuovi paradigmi creolizzati, meticciati, connessi, fluidi. Quindi io, essendo contemporanea, dovrei scegliere una delle "nuove proposte", frullare un po' di nozioni di discipline affini, confezionare il tutto con linguaggio postmoderno e proporre conclusioni inevitabilmente aperte.
Invece no. Sono giovane e posso andare controcorrente.
Una volta smontate e riassemblate secondo il gusto personale, le nuove proposte e i nuovi modelli diventano teorie inevitabilmente deboli (succubi del clima e della convinzione del momento) però illustrate, dibattute e difese come se fossero forti (con la stessa carica deterministica dello strutturalismo, del funzionalismo, del diffusionismo, del culturalismo). Per me i paradigmi sono tutti uguali, vecchi e nuovi. Nessuna gerarchia viene suggerita dal passare del tempo e dalle magnifiche sorti e progressive. Nessun ammiccamento ai nuovi guru della globalizzazione globalizzante. Nessuna, finta, partecipazione dal basso dei protagonisti della mia ricerca: l'oggetto di studio l'ho scelto in base ai miei interessi, e i protagonisti li scelgo, sicuramente, per l’"utilità" che possono avere nel confermare la mia visione delle cose.
Quindi visione, o "sguardo", sicuramente nuova, essendo nuovo il fenomeno. Ma visione che poggerà su pilastri vecchi. Su saggi di autori del secolo scorso in gran parte inconsapevoli dell'evoluzione che avrebbe avuto la disciplina di lì a poco. Studi permeati da un'ispirazione scientifica, o quanto meno classica, che farebbe sorridere le nuove leve.
Non vedo altra soluzione disponibile. Se la mia teoria deve spiegare un'esperienza fatta da un milione e mezzo di persone non posso indugiare in modelli relativi, creativi e partecipativi, in visioni fluide e sincretiche. Devo avere la presunzione di possedere la giusta chiave interpretativa. Naturalmente se e quando lo riterrò opportuno userò massicciamente prestiti della corrente di pensiero (debole) alternativo. C'è differenza tra interpretazione e uso di un testo: vi anticipo che non interpreterò un bel niente e userò tutto l'usabile (e anche cose scarsamente utilizzabili).
Procediamo.
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