Niente come tornare in un luogo immutato ci fa scoprire quanto siamo cambiati.
N. Mandela
Quando ognuno tornerà a casa sua e quest'avventura che sembrava non dovesse finire mai e le amicizie che sembrava non dovessero sciogliersi mai e gli amori che sembrava potessero durare per sempre finiranno, avranno bisogno tutti d'interventi d'urgenza, di by-pass multipli, di coronarie nuove e forti, di tasche di liquidi per recuperare tutti quelli perduti in lacrime, di trasfusioni di sangue per avere quel minimo di forze per andare avanti, di un po' di ferro per sollevarsi da terra.
Ma l'Erasmus prima o poi finisce per tutti.
"Un Erasmus è per sempre" è solo la parodia della pubblicità dei diamanti. E se è vero che nello spirito, nella mente e nel cuore di ogni Erasmus rimarrà un marchio indelebile è altrettanto vero che tutti devono tornare alle loro vite precedenti. E l'impatto con casa tua non sempre è dei più felici. Praticamente tutti hanno bisogno di almeno un mese per riabituarsi alla loro vecchia vita. E quasi tutti cadono nella sindrome post-Costa Crociere. Ma non è il clima vacanziero, leggero, casinista e spensierato che manca. Il problema sono, come al solito, le persone.
L'uomo è un "animale sociale": tutto dipende dalle relazioni che stabilisce con altre persone. Quando vai in Erasmus arrivi in un posto sconosciuto e sei completamente solo. Però non ci metti niente a costruire una ragnatela di rapporti più o meno fitta. In un paio di mesi diventi il centro di una rete di linee che si sovrappongono, si infittiscono, si intersecano; qualcuna si spezza, altre diventano i pilastri, i punti di appoggio che ti tengono su e ti permettono di tenere in piedi tutta la rete. Poi torni a casa e la rete si rompe. Non è una cosa soggettiva. Non dipende dagli affetti e dalla rete di rapporti che avevi a casa e che ti aspetta uguale al rientro.
Anche quando sei partito ti trovavi immerso in un intreccio di relazioni sociali, ma si tratta di rapporti costruiti durante tutta una vita, che sai di ritrovare. E se qualcuno manca al rientro vuol dire che già prima occupava un posto che non gli spettava. Non dipende dallo stato d'animo che avevi prima di partire. Se stavi bene a casa tua o meno, se sei partito per una delusione, per una mancanza, un bisogno, se hai il fidanzato che ti aspetta oppure no. Se vai d'accordo con i tuoi o meno. Se sei il punto di riferimento del tuo gruppo di amici o no. È che, inevitabilmente, non avrai più accanto persone che hanno vissuto (per 6 mesi o un anno) insieme a te, che hanno assistito a tutte le tue figure di merda, che hanno mangiato nel tuo piatto e bevuto dal tuo bicchiere, che ti hanno raccontato tutte le loro cose più intime, che ti hanno accompagnato nei viaggi, tenuto la fronte mentre vomitavi, sorretto quando barcollavi, riso fino a farsi venire i crampi allo stomaco. E tutto quello che succedeva faceva parte di un vissuto comune, di una base, un cemento; e bastava una parola a capirsi. E tutta la "fatica" fatta per conoscere persone nuove, tanto diverse e lontane da te, ma alla fine tanto simili, se ne va. Si perde. E per quanto con alcuni, o forse con molti, rimarrà un’amicizia, un contatto (c'è internet, gli sms e qualche compagnia low-cost non ancora fallita) non sarà la stessa cosa.
Non perdi degli amici, ma la parte di te che era lì con loro. Quel vissuto. Quel cemento.
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