Perché quando chiedi dell'Erasmus a qualcuno che l'ha fatto gli si illumina lo sguardo, la bocca si spalanca in un sorriso a 2000 denti e gli occhi gli diventano lucidi di nostalgia, gioia e commozione? Se poi lui comincerà a parlarti del suo Erasmus tu proprio non ci troverai nulla di eccezionale, niente che giustifichi quella luce negli occhi, il tremolio nella voce: a volte le parole sono strumenti riduttivi per comunicare le cose.
Scrive Aime a proposito dei viaggi:
Per molti viaggiatori lo scopo del viaggio è il racconto che se ne può fare. Dopo, a casa. […] I suoi viaggi, le sue mille peripezie, gli esseri umani e fantastici incontrati, finiscono per essere solo parole narrate; il valore esperienziale del viaggio non può essere condiviso, ma il suo racconto diventa fondamentale, perché è l'unica cosa che rimane e può essere condivisa da altri. [Marco Aime]
Eccolo qua il nostro Filippo che deve far capire il senso di quello che ha vissuto solo con le parole. Ma non si tratta di trasmettere il sapore del kebab a mangiatori di pizza. È che Filippo per un anno si è nutrito di viti e bulloni. E deve comunicarlo agli altri mentre comincia a prenderne coscienza per sé. I "reduci" parlano della loro esperienza con toni diversi, dando interpretazioni opposte al fenomeno, comunicando la loro verità assoluta (anche se dicono: "Per me è stato così" vogliono dire: "Per tutti è sempre così").
I più numerosi sono gli "Entusiasti". Costoro si suddividono in "soddisfatti" e "fanatici".
- I "Soddisfatti". Sono convinti di aver vissuto un'esperienza bellissima, che li ha arricchiti personalmente e culturalmente. Di aver allargato i propri orizzonti (mentali e non). Hanno apprezzato il clima multiculturale, la possibilità di toccare con mano un mondo arcobaleno. Hanno conosciuto splendide persone, fatto un'esperienza irripetibile, vissuto in una città bellissima. Si sono divertiti un sacco. Sono dispiaciuti che sia finita, ma sapevano che ci sarebbe stato un principio e una fine e se ne fanno una ragione, prima o poi.
- I "Fanatici". Ahi ahi. Sono quelli del "Voi non potete capire, è una cosa indescrivibile, bisogna provarla per crederci". Diventano insensibili alle variazioni spazio-temporali. Continuano imperterriti ad avere gli stessi orari e fare le stesse cose di quando erano in Erasmus. Poi cominciano a diffondere il Verbo: tutti devono fare l'Erasmus. Non importa che possano esistere persone completamente disinteressate alla cosa. Questo disinteresse va al di là della loro comprensione e sono sicuri di poter evangelizzare chiunque. Cominciano dunque ad esaltare la città dove hanno vissuto: lì, in Erasmus, non esiste il crimine, i trasporti sono puntuali, i locali (la gente del posto) amabilissimi, nessuno tira le cicche per terra, i parchi sono oasi dove gli augelli cinguettano soavi svolazzando di fiore in fiore. Le persone che hanno conosciuto sono la loro famiglia, i migliori amici, dei fratelli, esseri dotati di una sensibilità e un'empatia straordinaria. Il clima mitteleuropeo che hanno respirato a pieni polmoni è indescrivibile, nessuno ha pregiudizi su nessuno, tutti tendono la mano e porgono l'altra guancia. Si sono scoperti cittadini del mondo. Poi il mondo li ha ricacciati nei natii borghi. Sono caduti dal paradiso in terra nell'inferno patrio. Qui tutto è noioso e banale. Tutti parlano la stessa lingua, ma che scontati. Nessuno fa la raccolta differenziata, che incivili. Guardano i film in italiano, che ignoranti. Hanno rapporti interpersonali discontinui (cioè: litigano), che sfigati. Hanno amici calabresi, che provinciali. Mi fermo perché in fondo sono buona. Costoro non si riprenderanno mai più dall'Erasmus. Faranno domanda per il Leonardo, l'In-time, il Move, per qualsiasi cosa li riconcili al paradiso perduto.
- Poi ci sono i "Relativi". Quelli che non si scompongono. Raccontano le cose belle e le cose brutte. La considerano un'esperienza formativa importante, la ricorderanno sempre con affetto però non si esaltano: non è che hanno partorito un figlio o scoperto la cura anticancro, insomma. Neanche sono andati in guerra. Si tengono in contatto come meglio possono con i loro compagni d'avventura: molti li ospiteranno volentieri nelle proprie case, alcuni li inviteranno al matrimonio, con altri saranno educati ma superficiali. Ogni tanto si leggono El País o Figaro giusto per non dimenticare la seconda lingua.
- I "Negativi". Fare l’Erasmus è come andare in guerra. Si sono trovati malissimo, hanno conosciuto solo maniaci sessuali e ladri impuniti. Pioveva tutti i giorni. Le case erano infestate da zanzare killer. Il caffé era blu. Poi ci sono quelli più soft: tutte le cose che potevano andar male sono andate anche peggio (variante della legge di Murphy), la sfortuna si è accanita contro di loro. Tutte le belle persone che si dice vadano in Erasmus devono aver fatto sciopero proprio quando in Erasmus c'era lui. Tutti bevevano e fumavano mentre lui era astemio e asmatico. Tutti venivano promossi mentre lui scopriva di non essere neanche iscritto al corso che aveva frequentato per tutto il semestre. A parte le facili ironie esistono davvero persone che danno un giudizio negativo dell'Erasmus. Alcuni tornano a casa prima del tempo. L'Erasmus non è proprio per tutti.
- I "Noncuranti". Ok: hanno vissuto un anno a Badajoz invece che a Camerino. Magari anche a Londra o a Praga. Hanno fatto cose, sono andati in giro, hanno conosciuto gente. Però sempre con un aplomb, con una disinvoltura che ancora non era sufficienza ma quasi. Per loro è cambiato solo il contesto, lo sfondo ma il contenuto, i significati sono rimasti gli stessi: è solo studiare in un altro posto.
Un po' ho forzato le categorie. Come detto altrove ognuno vive l'esperienza (che è veramente un "altrove") diversamente. E durante l'Erasmus tutto quello che può sembrare esagerato se visto dall'esterno è legittimo per chi ci sta dentro. Sono normali le emozioni e i sentimenti vissuti fino al parossismo; gli amori e gli odi folli; il gruppo, quelli che sono il tuo "branco", è veramente fonte di affetto, amicizia, supporto. Il divertimento autentico. Le delusioni cocenti. Le tristezze profonde.
Ma anche no. Non quando ripensi a quello che è successo da fuori: quando un Erasmus racconta il suo Erasmus costruisce una storia. È normale effettuare una selezione ma dietro ogni pezzo che lasci fuori non c'è solo mancanza di tempo e dovere di sintesi. Tu non cancelli, se sei un entusiasta, i momenti negativi per dare agli altri una visione positiva dell'esperienza. Lo ha già fatto la tua mente, indipendentemente dalla tua volontà, appena messo piede a casa. Mentre vivevi il tuo Erasmus non avevi nessuna necessità di inquadrarlo e dargli significato. Passavi da entusiasta a relativo, da noncurante a negativo. Ma dopo no. Il dopo ti obbliga a metterti in una categoria, a dare un'interpretazione coerente di una vita vissuta al di là dei principi della coerenza. E a raccontare in base alla scelta che hai fatto. Aiutandoti con un linguaggio ricco di pathos sperando di riuscire a comunicare così almeno un po' del sapore metallico che ancora ti rimane in bocca.
Molti mettono al centro del racconto "l'Erasmus che li ha cambiati e per sempre". Non è sempre vero: non è automatico, una medicina cui segue una risposta fisiologica. È più un effetto placebo: stai meglio se sei convinto di prendere un farmaco. Ma il farmaco è acqua. L'Erasmus ti dovrebbe cambiare (medicina). Dovrebbe buttare giù barriere e ipocrisie, però se una persona non è capace di vedere le cose da un altro punto di vista, se non era abituata o non lo sapeva fare prima, non basta un Erasmus a cambiarlo. È convinto di aver preso la medicina e si sente meglio. Ma gli hanno somministrato il placebo.
Se non sei capace tu di andare al di là di quello che vedi, da solo, non ci riuscirai neanche con l'Erasmus. A meno che non succeda qualcosa che ti obblighi a cambiare, o non incontri qualcuno disposto ad aiutarti a vedere cose che da solo non riusciresti mai a vedere. Ma qui nessuno è tenuto ad aiutarti. È un sostegno che non è dovuto a nessuno, ed è un impegno e una presunzione, di cui pochi si fanno carico. È che l'interesse, la preoccupazione, la "fratellanza" arrivano fino a un certo punto. Sarà che in tutti c’è la consapevolezza che l'esperienza finirà e la fatica da fare sarebbe troppa, troppe volte non capita, troppe volte inutile. "Io ti posso sostenere con le mie mani, ti posso confortare con le mie mani. Ma tu devi usare le tue"[Ben Harper].
Posso indicare la luna ma se uno vuole guardare il dito non c'è niente da fare.
La responsabilità della riflessione è sempre individuale.
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