Quelli che devono tornare cominciano a pensare in Erasmus a ciò che dovranno fare una volta rientrati a casa. A come occupare il tempo. A come evitare la noia, a come riabituarsi all'oziosa normalità, agli orari di sempre, alla vita ordinata e tranquilla, a dar conto a genitori, amici e fidanzati di tutto quello che fai, alla piccolezza fisica e mentale dei paesini. E tutti a cercare cose da fare, tempo da occupare, modi per evitare che la mente vaghi: tornare a vivere normalmente, a bere normalmente, a uscire normalmente, sapendo che non è quella la normalità. Passando da una condizione di esistenza – "sono un Erasmus" – ridotta all'osso e priva di sovrastrutture, alle maschere della vita sociale di sempre, strutturata e organizzata alla massima potenza. Passare da "essere" a "stare". Sentendosi incapaci, inetti e ottusi, sentendo il peso e l'artificialità di vivere in mezzo agli altri, quando in Erasmus eri semplicemente tu, senza preoccuparti del giudizio della famiglia, degli amici, della società, della legge perfino.
E vedo il ritorno in patria e il lento abituarsi alla vita di prima. La sindrome: ognuno nelle proprie calde ed accoglienti case a fare gli stessi pensieri. Ad aspettare la notizia di un botellón che non arriva. Non ci vediamo in spiaggia alle 11 di mattina a dormire un po' al sole dopo una notte interminabile di festa. Non affittiamo una macchina e partiamo all'avventura alla scoperta del profondo sud. Niente lunghe chiacchierate con uno conosciuto da mezz'ora che ha la tua stessa inesauribile voglia di parlare in un pidgin mezzo spagnolo e mezzo inglese. Niente assaggi di cibo dall'aspetto improbabile ma dal sapore, quasi sempre, buono. Niente storie d'amore appassionato… di una notte. O più. Nessuna "sottrazione" di oggetti e suppellettili di pubblica utilità. Nessuno che ti capisce se dici joder invece di cazzo. Nessuno che capirà il tuo amore folle per le canzoni spagnole più stupide del mondo (quelle del porto). A nessuno scenderà la lacrimuccia vedendo una nacchera, un toro, un ventaglio, Banderas che fa la pubblicità delle calze.
Insomma ci aspetta un'esistenza da "disadattati", da apolidi. E non perché non abbiamo una patria (sì, quella della pomposa retorica politica). Ma perché ne avremo due. O più di due. La nostra, quella dove siamo nati e cresciuti. Quella che ci ha "adottato" per un semestre o due. Quella dei nostri amici: tedeschi, francesi, portoghesi, messicani, inglesi, scandinavi, americani, canadesi: le loro case ad Alicante erano le nostre. E per non so quale proprietà transitiva anche un po' dei loro paesi, della loro cultura, dei loro amici è diventato, in parte, nostro. 'Sta bufala dell'identità europea non è tanto una bufala.
E il doversi inventare un modo per mantere i contatti con gli amici, fluttuando dalla necessità di sentirli per sapere come stanno al timore di essere fuori luogo, invadenti, attaccati ad un'idea di amicizie e sentimenti che funzionavano in Erasmus ma che nella vita vera vacillano.
Che fine faranno? Dove saranno tutti quanti tra 6 mesi o un anno? Che ne sarà di tutto quello che è stato un anno di vita che ne vale dieci? Il vento se lo porterà via.
Mi vedo tutti questi ragazzi (e io con loro), che camminavano sempre a testa alta, senza avere paura di niente e nessuno, convinti di poter affrontare la vita con una marcia in più, sicuri di poter attingere da un pozzo senza fondo di risorse, esperienze, capacità di risolvere i problemi, spirito di adattamento (tutto quello che hanno imparato in Erasmus, insomma) ebbene me li vedo spaesati e ingrigiti in posti normali, con lavori normali, ambizioni, sogni e orizzonti qualsiasi, me li vedo adulti, non migliori né peggiori dei loro genitori, che l'Erasmus non l'hanno fatto, questo bagaglio di sapere in più non ce l'hanno, e spero sinceramente di sbagliare, spero che tutti conservino la curiosità, la voglia di fare, un sorriso per tutti, spero che, quando il vento cali, qualcosa rimanga.
Ecco: dimostrazione pratica di sfondamento del muro del patetismo!
Però, anzi qui ci sta un PERÒ grande grande: una giustificazione e insieme una comprensione del fenomeno. Questi discorsi patetici si fanno dopo, quando rientri, quando hai elaborato la tua esperienza Erasmus raccontandola. Esaminiamo come e perché racconti l'Erasmus con toni così melodrammatici.
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