L'arrivo è molto soggettivo. Dipende ancora dal carattere delle persone e da quello che si lascia. Almeno fino a quando non si mette piede nella nuova città contano solo quello che sei, quello che hai fatto della tua vita, le cose e le persone rimaste a casa. L'allontanamento è per tutti triste e melanconico. E l'arrivo è per tutti devastante e ingestibile. La situazione "normale" è mettere piede in un posto sconosciuto, con gente sconosciuta, che ha abitudini, modi di fare, pensare, mangiare, ha insomma, stili di vita, lingua, orari diversi, all'inizio tutti ostili e misteriosi, facili da vedere e difficili da capire. E deve iniziare la lenta trasformazione che quasi mai tramuterà il nostro Erasmus in un abitante del posto, in un indigeno, un autoctono. Perché? Innanzitutto si può parlare di un'identità-Erasmus? Posso operare una generalizzazione, una riduzione del milione e passa di studenti di 25 Paesi diversi ad un unico inquietante soggetto?
La risposta è affermativa (ed è una scelta che ho già fatto creando il Blob e battezzandolo Filippo). Dovrei però giustificare questa mia arbitrarissima decisione. Allora il mio è un ragionamento un po' complicato ma le cose semplici difficilmente sono divertenti sicché provo a spiegarmi.
La mia giustificazione si basa sull'ipotesi che faccio rispetto alla costruzione dell'identità: per me il potere che ha la società sull'individuo è "devastante". Almeno nella nostra società e in questo determinato periodo di tempo l'individuo non sarebbe nulla se non avesse alle spalle un'organizzazione socialmente strutturata che lo sostiene. Mi riferisco non solo agli agenti di socializzazione primaria (genitori e nucleo familiare) che hanno il compito naturale di provvedere al sostentamento e alla sopravvivenza del bambino insegnandogli gradualmente ad adattarsi al mondo. La scuola e l'adattamento alle regole di convivenza rivestono le persone di strati e maschere che poco lasciano intravedere della personalità individuale. La società ci separa e classifica in gruppetti ben distinti e separati fin dall'adolescenza: i pankabestia, i dark, i figli della buona borghesia, i pariolini, i paninari, tutti catalogati e inseriti in un mosaico predefinito. E la catalogazione, l'affiliazione a uno di questi gruppi quasi mai dipende dalla volontà del singolo ma dalla situazione, dalla classe sociale d'appartenenza, dal caso, dalla paura dell'esclusione. Il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro cambia il nome, l'etichetta sopra le categorie, ma la struttura a mosaico rimane la stessa.
Il mondo di oggi è come un quadro di Modigliani:
contorni netti e distinti, poca ambiguità e ancor meno sfumature, tutto chiaro e ben comprensibile. Questa è la visione della società più manifesta e condivisa. Però c'è una possibilità "altra" di inquadrare il mondo, di inserirsi consapevolmente nel mosaico, ed è vedendo la società come una tela di Kokoschka
, confusa di punti di colore diversi, dove i particolari non si distinguono, le categorie non esistono eppure un senso complessivo c'è, c'è una struttura destrutturata ma non per questo priva di significato. E la responsabilità che Ulf Hannerz affida alla società, di abolire le separazioni tra le culture per mantenere le diversità culturali (preferendo Kokoschka a Modigliani), io la vedo praticabile anche in scala ridotta, individuale.
Qualsiasi persona può uscire dal quadro di Modigliani e scegliere di essere un punto qualunque del dipinto di Kokoschka. La società offre possibilità e occasioni perfettamente riconosciute e a volte sostenute anche economicamente. La principale è viaggiare e conoscere il mondo. La maniera più devastante per mettere in pratica questa possibilità è viaggiare da soli e quando si è ancora giovani. Il nome di questa possibilità è uno solo e a disposizione di una moltitudine di studenti europei: Erasmus. Perciò quello che una volta si acquisiva con lo studio in polverosissime biblioteche o magari con pratiche ascetiche e strane (la conoscenza di sé e la consapevolezza del mondo), oggi lo si impara andando a studiare all'estero. Certo non è questa l'unica maniera ma penso che sia la sola che ti obbliga, anche contro la tua volontà e anche quando le motivazioni che ti hanno spinto a partire erano altre, a fare un certo tipo di percorso. E bisogna essere veramente molto pigri, apatici e indifferenti al mondo per uscire da un anno di Erasmus uguale a come sei partito, con gli stessi chili di prosciutto sugli occhi che la tua società ti ha fornito per riuscire a stare in piedi in un mondo incasinato e complicato. Ed è questo percorso, che può essere più o meno lineare, questo flusso che si può perdere in mille rivoli ma che ti condurrà inevitabilmente in mare aperto, che rende uguali tutti gli Erasmus. Questo mi autorizza a generalizzare e a costruire un "eroe" tipico che di eroico non ha proprio nulla, che cade e risorge in continuazione, che ha slanci di generosità e attacchi di egoismo allucinanti, che è sincero e opportunista, leale e inaffidabile, lucidissimo e prossimo al coma etilico, e che una volta tornato a casa sarà indistruttibile e fragile come i saggi, i poeti e i bambini.
Perciò Filippo è partito, ignaro di tutto ciò e felicemente inconsapevole, e l'unica cosa devastante che si trova a dover affrontare è l'odore pesante della città e la piaga biblica degli scarafaggi. Il primo impatto con le cose nuove è sempre dominato dai sensi. Vediamo in che condizioni sono quelli di Filippo, e non è pubblicità occulta del magnum.
<< | ............................................................................................................................................................ | >>

