L'antropologia è in una fase di ripensamento critico. E sto usando un eufemismo: in realtà il dibattito sulla validità dell'approccio antropologico si è arenato in una discussione che si sta pericolosamente avvitando su sé stessa.
Le giuste riduzioni di verità troppo spesso considerate in maniera fideistica (ripensamento del ruolo dell'antropologo, relativismo culturale, necessità di considerare l'oggetto di studio come parte in grado di dialogare alla pari con lo studioso, l'abbandono di cornici interpretative rigide e pretenziose, l'apertura a forme, mezzi, linguaggi alternativi, in altre parole il traghettamento della disciplina nel nuovo millennio) hanno reso popolare la figura di antropologo illuminato e roso da mille dubbi. Dagli anni '60 si susseguono i ripensamenti di cui Scrivere le culture fa il punto negli anni '80.
Aggiungiamo: l'aumento esponenziale della considerazione per fenomeni quali la globalizzazione, la connessione telematica (Internet) e la facilità del reperimento delle informazioni, la democratizzazione del sistema universitario, la modernità e la post-modernità, il crollo delle ideologie di massa, la crisi del sentimento religioso (il buco dell'ozono etc.).
Il povero antropologo si vede obbligato a scegliere tra due soluzioni: tentativi ex novo di creazioni teoriche e adattamenti di concetti interpretativi presi in prestito da cosmogonie "affini" (sociologia, psicologia, storia, biologia, cibernetica, linguistica, semiotica, critica letteraria – teatro, cinema, nuovi media –, architettura, economia). Deve, inoltre, giustificare e legittimare la persistente validità di una disciplina e di un metodo.
Non è il caso che mi dilunghi ancora su questioni strutturali di interesse specialistico. È però necessario che dia una parvenza di legittimità al metodo che seguirò per interpretare la parte monografica del mio lavoro.
Stato dell'arte e alcune osservazioni.
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