La strada del ritorno ha sempre qualcosa di malinconico. Una leggera tristezza.
Banana Yoshimoto
Veniamo alle dolenti note. Deve esserci un contrappasso, una punizione che faccia da contraltare al divertimento diffuso. In Erasmus il contrappasso si chiama despedida (addio). La despedida è salutare tutti e tutto prima di partire per tornare a casa. In questi momenti la parte razionale di Filippo comincia a mettere a fuoco l'esperienza, intravede la possibilità di dare un senso a tutto quello che gli è capitato durante l'Erasmus, ma ancora non ha emesso un giudizio, ancora è "dentro" l'esperienza e si fa sballottare e trascinare dagli eventi che hanno la stessa intensità e la stessa carica emotiva forte che ha caratterizzato tutto il suo Erasmus. Anzi: se la sua mente poco poco inizia a capire quello che è successo in un anno, il suo corpo prontamente si riempie d'alcol per scacciare questa consapevolezza.
Eccolo là che se ne va, Filippo. Si affanna a vivere ancora più intensamente del solito: più cene, più feste, più tempo all'università, più voglia di parlare, uscire, ballare, sballarsi, però già senza l'entusiasmo di sempre, già con la testa a casa, pensando al dopo. E parte la "raccolta-firme": e-mail, numeri di telefono e indirizzi, scambio di foto, filmini, cd: qualsiasi testimonianza dell'Erasmus deve essere salvata e portata a casa, i fili delle amicizie faticosamente tessuti vanno spezzati e riallacciati in modo inevitabilmente diverso una volta tornati. Promesse di rivedere gli amici di una vita; scelta del posto più adatto per una futura, improbabile, rimpatriata (l'elenco fa veramente ridere); promesse di non perdersi di vista, di feste di laurea da non mancare, di un altro po' di vacanze da fare insieme.
E la maniera di andarsene è la cosa più personale di un Erasmus. Sarà per la vicinanza del ritorno a casa, è come se la condivisione di tutto, quella livella che appiattiva tutte le differenze, smettesse di funzionare. Ognuno saluta la città, gli amici, la casa non in qualità di Erasmus in servizio permanente effettivo, ma come un soldato che è già in congedo. Non mi pare che sia neanche una cosa consapevole, fatta volontariamente. È come se il tuo vecchio Io "resettasse", è come se fosse già a casa, con le vecchie coordinate, le vecchie abitudini. Il tuo cervello un paio di settimane prima della partenza si muove su due binari paralleli: sul primo scorre la voglia di far festa, di riempire ogni giornata e ogni momento, di fare le cose non fatte ma che vanno fatte assolutamente prima di andar via e sul secondo il tuo cervello è già a casa e raccoglie dati e informazioni per il futuro, per il post Erasmus (dai contatti, e-mail e numeri di telefono, alle foto, cartoline, oggettini vari rubati in giro per la Spagna), per costruire il racconto di quello che è stato, per dare un senso, un significato all'esperienza per sé e per gli altri.
Perciò il nostro Blob ci ha salutato alla sua personalissima maniera (o non ci ha salutato affatto o ci ha salutato come se dovessimo rivederlo il giorno dopo all'università o con il fazzoletto bianco mentre passava il ceck-in con 4 mila valige o con l'ultimo botellón o con le lacrime agli occhi chiamandoci "famiglia, amico, fratello"). Non ha idea che in patria lo aspetta la "sindrome del post Erasmus". Non sa che casa sua gli sembrerà bruttissima, la città freddissima (o di un caldo insopportabile), l'università noiosissima, la tv squallidissima, gli amici scontatissimi, insomma gli verrà una depressione grande quanto un grattacielo di Kuala Lumpur. Avrà un rigetto per tutto ciò che non sia Erasmus. La sindrome la vivono tutti, però con intensità e durata differente. Ed essendo una sindrome è una condizione passeggera, qualcosa che può, anzi deve, durare un po'. Ma deve anche finire altrimenti si sfonda il muro del patetismo.
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